KuartetS – Music to Help

Ciao a tutti,

nel limite delle mie capacità e competenze da musicista ho creato questa pagina per raccogliere fondi per una delle strutture sanitarie delle Marche, attualmente in affanno a causa dell’emergenza Coronavirus.

In questa pagina potete acquistare il mio album KuartetS in versione Digitale (Mp3), Vinile o Cd.

Il ricavato della vendita dell’album verrà devoluto interamente. Una volta effettuata la donazione scrivete alla mail kristiansensini@gmail.com per farmi avere dettagli circa la spedizione, utilizzate la medesima mail nel caso vogliate effettuare una donazione maggiore

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Aggiornamento 17/04/2020 Le prime 200 Mascherine Chirurgiche sono state consegnate al Pronto Soccorso dell’Ospedale di Civitanova Marche

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Parlare di Musica è come Ballare sull’Architettura.

Proviamoci!

Mi trovo molto in difficoltà a raccontare (o addirittura spiegare) la mia Musica. Se scrivo note è perché mi trovo più a mio agio che a scrivere parole. La Musica dovrebbe parlare direttamente al cuore, sorvolando l’aspetto intellettuale.

E’ anche vero che, come ascoltatore, sono il primo ad essere curioso e a voler conoscere i meccanismi nascosti di una composizione, i retroscena di un album. Così mi sono fatto forza e ho tentato di scrivere cosa si nasconde dietro i brani del mio album KuartetS.

1 Bicycle Promenade: la musica strumentale moderna spesso si prende troppo sul serio, il disco solista deve essere intriso di malinconia, riflessioni sui massimi sistemi, una dose non indifferenza di tristezza, spleen e crepuscolarità. Questo disco non fa eccezione. La verità è che è molto piu semplice, diciamo istintivo via, scrivere musica triste che musica allegra. O, piu in generale, attori e registi potranno confermarlo, è piu semplice far piangere che far ridere. Per questo ho deciso di aprire l’album con questo brano, per disinvogliare all’ascolto tutti i potenziali ascoltatori che cercavano su Spotify, una bella playlist di brani tristerrimi. Mi spiace deluderli due volte, anzi tre. In primis perche’ il disco non è presente affatto su Spotify, e’stato scritto, pensato, registrato, masterizzato con in mente un ascolto tradizionale, critico e non dispersivo come lo streaming musicale. In secundis perche’ il disco inizia con un brano non solo allegro e positivo, ma anche spensierato. In tertiis perche’ poi in realta’ in tutto il disco ci sono in realtà diversi brani riflessivi, tristi e catacombali. Vedete cosa succede a non approfondire gli ascolti, a lasciarsi trasportare dalla smania dello streaming? I dischi non sono un insieme di singole canzoni, sono un viaggio da percorrere dall’inizio alla fine, senza preconcetti e con la precisa volontà di farsi meravigliare. Bicycle Promenade potrebbe essere la colonna sonora di una garbata commedia in costume, ambientata in qualche città europea agli inizi del secolo scorso. Ho immaginato una spensierata passeggiata in bicicletta, in una bella giornata di sole, esageriamo, primaverile. Il paesaggio scorre veloce, ma non troppo, davanti agli occhi. I saluti sono cordiali e benauguranti. Ma ad un certo punto…niente, non ci sono ma, il brano si crogiola nella sua positività e se ne nutre senza rimorsi e macchiavellismi di alcun tipo. L’idea scatenante è stato il ritmo delle prime battute che per qualche strano motivo mi ricordava il rumore della catena della bicicletta, che evidentemente nel mio subconscio ha quel ritmo. È un brano che potrebbe funzionare bene anche immaginando la melodia principale suonata da un clarinetto, penso di realizzarne una versione alternativa con questo strumento come solista.

2 French Dream: sogno molto, da sempre e ho il grande privilegio di ricordare quasi tutti i miei sogni anche a distanza di molto tempo. Quando sono diligente ho anche l’abitudine di appuntare l’indomani mattina qualche nota su quanto ho sognato la notte. Amo molto leggere, guardare, sentirmi raccontare delle storie, il mondo dei sogni non può che affascinarmi, è come vivere una seconda vita dalle illimitate possibilità che il subconscio ci consente. In alcuni rarissimi casi ho sognato della Musica inesistente, in casi ancora più rari ho avuto la prontezza e la fortuna di potermi svegliare canticchiando la musica che ho sognato. In questo caso sono stato particolarmente fortunato, ho potuto suonare e registrare subito quella melodia. Ho sognato di essere a Parigi, nella metropolitana, durante una sera brumosa. Nel Metrò tra i passeggeri riconosco Audrey Tautou (chi vuoi incontrare a Parigi del resto…) e come colonna sonora era presente questa melodia. Si tratta di uno dei brani più “vecchi” del disco, una melodia che ho rielaborato molte volte e ho provato ad arrangiare in diversi contesti, senza grandi risultati, la svolta è avvenuta quando ho provato ad arrangiarla per quartetto d’archi. La linea melodica, vagamente malinconica, si regge su un’armonia sempre in movimento pur basandosi su idee ritmiche e di sviluppo sostanzialmente immobili. E’ difficile spiegare ed analizzare la genesi di un brano del genere, quando scrivo mi fido molto del mio orecchio interno, quando ho la fortuna di poter scrivere musica liberamente non penso molto alle successioni armoniche, alla teoria che sottende una melodia, seguo quello che sento debba essere quella melodia o quel brano. In questo caso ho seguito quello che ricordavo della melodia sognata…a Parigi…nel Metrò.

3 Quiet Please: un breve inno alla calma ed alla tranquillità, ricordo di aver scritto questo piccolo brano al pianoforte un pomeriggio di Maggio di una decina di anni fa. E’ arrivato come risposta ad un (uno dei tanti per noi musicisti) periodi di stress, o meglio la prima volta che mi sono accorto quanto esso sia capace di risucchiare improvvisamente ogni energia. Le prime note della melodia, suonate in solo, sono la risposta rassicurante che mi sono dato: “va tutto bene, occorre solo un momento di calma”. Penso che il momento di crescita professionale più importante negli ultimi anni è stato proprio questo, capire, e ridimensionare, l’importanza del lavoro del musicista. Se si scrive musica il cervello è sempre in movimento, spinto dall’ansia di non perdere nessuna occasione per creare musica. Prendere coscienza del fatto che spesso i momenti di massima creazione sono proprio quelli nei quali ci si concede una sosta, è una grande fonte di energia positiva.

4 In Una Rete di Linee: quella che ascoltate nell’album non è la prima “incarnazione” di questa melodia, nasce infatti come brano Jazz, scritto per l’Odd Times Quintet, formazione nata parecchi anni fa in seno alla classe di Musica Jazz del Conservatorio di Pesaro (il nostro insegnante, al quale devo moltissimo, è stato Bruno Tommaso). Il brano si genera dalla sovrapposizione di melodie e ostinati che si rincorrono e si incrociano sul tempo forte solo in determinate battute, le note iniziali sono illusoriamente in battere fino all’ingresso dei bassi. Il quartetto è la trascrizione fedele, soli inclusi, di una esecuzione live del brano che abbiamo registrato nel 2008, il titolo, oltre a descrivere il gioco di melodie, è parte di uno spettacolo più ampio dedicato al libro “Se una notte d’inverno un Viaggiatore” di Italo Calvino. Le singole composizioni facenti parte del concerto, descrivevano ognuno dei capitoli di questo meraviglioso testo in un gioco musicale di esercizi di stile.

5 Some Kind of Freedom: Si tratta di una riflessione poetica sulla morte ed in particolar modo sulla scomparsa delle persone a noi care che hanno vissuto l’esperienza finale come una sorta di liberazione, da qui il titolo del brano. Il brano è nato come una improvvisazione al pianoforte, registrata pochi giorni dopo la scomparsa di una persona a me cara, un valzer lento che risente dell’influenza dei valzer lenti scritti da Satie. L’armonia pur essendo sostanzialmente minore, alterna momenti più sereni in maggiore, la riflessione sulla morte diventa dolce/amara e non ammette un giudizio preciso e definitivo.

6 La Stanza di Vanni: il titolo non descrive alcuna stanza in particolare, è semplicemente un gioco di parole, ho provato a tradurre in italiano dal tedesco Zimmer (Stanza) e Hans (diminutivo di Johannes, Giovanni). E’ un brano che ho scritto e dedicato ad Hans Zimmer in occasione del nostro incontro ad Ottobre 2017 per la consegna da parte mia della qualifica di socio onorario dell’ ACMF (Associazione Italiana Compositori di Musica per Film) www.acmf.it . E’ tradizione antica dei compositori europei dedicare ai colleghi che si stimano dei brevi componimenti, e così ho voluto omaggiare, checché se ne dica, uno dei più importanti compositori cinematografici della nostra epoca. In questa composizione, più che scimmiottare lo stile di Zimmer, ho preferito restituire in musica quelle che ritengo siano le sue due anime musicali, una più quieta e riflessiva (scritta in 4/4 ) ed una più misteriosa (in 3/4). Questo è stato il primo quartetto ad essere registrato a Los Angeles, ancora prima della progettazione dell’album e dell’inizio della campagna di Crowdfunding: è stato un esperimento per vedere se la registrazione a tracce di un quartetto d’archi poteva restituire comunque le idee che avevo in mente. Non credo ci sia bisogno di aggiungere quanto sia rimasto soddisfatto del risultato visto che poi ho realizzato altri 17 brani con questa tecnica.

7 Sweet Sadness: un brano nato inizialmente come composizione per pianoforte solo. La melodia è decisamente melodrammatica (uno stile che si rifugge puntualmente nelle colonne sonore moderne) il tempo incalzante, e soprattutto il secondo tema in maggiore, fungono da riscatto positivo dell’atmosfera generale del brano. Nel finale ho voluto sperimentare con gli armonici, il quartetto prende un po’ la sonorità di una calliope, un organetto a vapore molto in voga nei cirche e nelle fiere americane di inizi ‘900.

8 The Fairy Garden: come “In una Rete di Linee” anche questo brano ha una vita precedente, fa parte del repertorio dell’Odd Times Quintet, nello specifico dello spettacolo dedicato a “Se una notte d’Inverno un Viaggiatore “ di Italo Calvino. Ad ascoltarlo sembra più un brano di una Colonna Sonora che un brano Jazz, è proprio questo uno dei motivi per i quali ho iniziato a scrivere musica per il Cinema (e smesso di suonare musica Jazz…): quando proponevo miei brani originali durante i concerti più di un ascoltatore (uno dei pochissimi privilegiati che “affollano” le sale da concerto ed i Jazz Club), mi ha fatto notare che erano perfetti come musiche cinematografiche, musiche strumentali con il potere di evocare un’atmosfera, raccontare una storia. Questo brano di prestava particolarmente, ho così scritto una nuova introduzione e riarrangiato il brano per quartetto d’archi, ho anche cambiato il titolo, originalmente si intitolava “Sul Tappeto di Foglie Illuminato dalla Luna”, ho preferito un titolo più breve. L’ispirazione armonica, e poi melodica, è nata improvvisamente (a volte succede…) mentre ero in treno, in uno dei tantissimi viaggi quotidiani per raggiungere il Conservatorio Rossini di Pesaro, dove studiavo. L’armonia dondola in una sorta di danza tra pochi accordi, tra i quali si insinua una melodia discendente dal carattere cromatico. La sezione B del brano vede invece protagonisti degli slanci melodici continui, come a voler conquistare qualcosa che in realtà è irraggiungibile.

9 Erewhon: si tratta di un inno ai “non luoghi”, alle isole di Utopia, ai luoghi dell’animo e della mente, alle città immaginati, ai paesaggi irreali dei sogni. “Erewhon” (che suona come la parola Nowhere invertita, o meglio anagrammata) è un romanzo di Samuel Butler, nella descrizione di questo paese utopico mi ha affascinato l’assenza di macchine (ritenute dagli abitanti) potenzialmente pericolose. La parola anagrammata potrebbe anche indicare Now-Here, qui ed ora, Hic et nunc, qualcosa che deve avvenire subito ed immancabilmente, un po’ lo slogan della società moderna. Il brano nelle mie intenzioni vuole invece vagare senza meta in questo ipotetico non luogo, senza che ci sia una direzione vera e propria, la melodia si lascia cullare sulle onde dell’armonia come un pezzo di legno in balia di onde leggere in mezzo all’Oceano. Non si tratta di una musica descrittiva come in altri brani, ma di musica assoluta fine a sé stessa, le melodie si mescolano e si rincorrono imitandosi, gli strumenti dialogano tra loro per il puro piacere di farlo in un susseguirsi di immobili istanti.

10 John & Jerry: in un primo momento ho scritto la struttura di questo brano pensando ad un’esercizio di stile, mescolare suggestioni armoniche e melodiche dei temi di fantascienza più importanti della storia, quello di “Star Wars” scritto da John Williams e quello di “Star Trek” (il film) scritto da Jerry Goldsmith. Mi sono divertito a mescolare passaggi armonici e melodie ormai parte dell’immaginario comune, per creare un brano del tutto originale ma che “ricordasse” i temi in questione, un figliastro che potremmo chiamare “Star Trek Wars”. Il risultato, oltre ad essere fine a sè stesso, era però abbastanza inconcludente ed è rimasto in un cassetto per diverso tempo. Un pomeriggio di studio, mi sono concesso il lusso di rispolverare dei lavori “dimenticati” e solo per gioco ho provato a suonarlo come un Jazz Waltz. Il risultato mi è piaciuto molto, il brano è diventato meno serioso, ha abbandonato quell’aspetto “muscolare” che tante melodie epiche o fantascientifiche hanno, abbracciandone un altro più scanzonato e morbidamente disimpegnato. Ho arrangiato il brano per quartetto d’archi e ne ho registrato una versione per solo pianoforte, si è trasformato nel mio omaggio personale a due dei più grandi compositori della storia del cinema John Williams e Jerry Goldsmith (che tra l’altro sono nati, in anni diversi, a pochi giorni di distanza).

11 Random Encounter: incontro casual, il titolo mi è stato suggerito dall’atmosfera generale del brano, ricordo che dopo aver scritto solo poche battute ho immaginato quello che posso definire “un principio di storia”. Nella routine quotidiana della più normale delle persone avviene un incontro con una persona misteriosa, per una serie di coincidenze questo convegno porterà a cambiare irrimediabilmente il destino di entrambi, non necessariamente in meglio. In un precipitare di eventi ineluttabili i due si trovano legati reciprocamente ed insieme precipitano incontro ad un destino comune…che in realtà non so quale possa essere, non faccio lo scrittore. Più in generale questo brano cerca di raccontare l’inevitabilità, la scelta, le continue “sliding doors” che troviamo ogni giorno di fronte a noi e che ci permettono (o ci illudono…) di cambiare il nostro futuro ad ogni ingresso. In tutto il brano ci sono diversi arpeggi, affidati ai quattro strumenti,  che si sovrappongono e si intersecano, su questi si innestano le varie melodie, l’idea musicale di base dal quale sono partito è proprio questa: un fluire di onde o di cerchi concentrici che si espandono e si ritirano creando un inevitabile movimento intorno all’armonia.

12 Parche: anche questo brano è stato pensato inizialmente al pianoforte. Perché non ho realizzato direttamente un album per piano? Ho pensato di avere più possibilità timbriche rilavorando alcuni brani per quartetto d’archi, questo brano ad esempio non era basato su una serie di giochi di arpeggi, che si risolvevano in degli accordi sospesi, non era presente una vera e propria melodia. Nella trasposizione a 4 voci per quartetto ho avuto la possibilità di sviluppare l’idea iniziale ed innestare diversi temi sulla base armonica che avevo pensato per il pianoforte. Il brano è diventato qualcosa di molto diverso, pur rispettando l’idea iniziale che si può ascoltare nell’introduzione e nella coda di questa versione. E’ l’ennesimo brano in ¾ , evidentemente il mio pensiero musicale va inesorabilmente in quella direzione ritmica. Chi fosse curioso di ascoltare i brani per piano che hanno dato vita ai quartetti può tranquillamente scrivermi, sarò felice di condividere i provini che ho registrato.

13 Changeling Lullaby: non c’è niente di più inquietante dell’infanzia, non ricordo chi lo ha detto ma penso che possa riassumere bene il senso di questo brano. Anni fa ho registrato una versione al pianoforte di questa ninna nanna, e ho voluto riproporre una versione per quartetto, più struggente ed emozionante, a mio parere, grazie alla possibilità di giocare a trasporre la melodia, passarla tra le varie voci degli strumenti, farla suonare ogni volta con un carattere diverso. Man mano che il brano procede il gioco diventa più complesso grazie all’arrangiamento delle parti armoniche che cambia in continuazione, lo sfondo crea spazi sempre nuovi per questa ninna nanna scura e misteriosa.

14 Les Fleurs du Mal: i Fiori del Male, di Charles Boudelaire. Questa raccolta di poesie è uno dei miei libri preferiti, fin dai tempi del liceo, forse a causa della fascinazione nei confronti della poesia “maledetta”, del male di vivere, del romanticismo e del misticismo, ingredienti fondamentali per il liceale adolescente medio. Ho avuto la fortuna di leggere queste poesie fin da subito in francese, e chiaramente sono stato molto colpito dal suono e dall’andamento melodico della poesia di Boudelaire. Anche questo brano si ispira dunque ad un’opera letteraria, come ho avuto modo di ribadire più volte, sogni e letteratura sembrano stimolare in maniera naturale la mia creatività musicale. Si tratta forse della necessità di provare a rendere tangibili (per mezzo di un’arte che, per sua stessa natura è immateriale ed inafferrabile) pensieri ed immagini mentali, il desiderio di restituire a sogni e racconti la parte di me che è cambiata dopo l’esperienza narrativa. Il brano è un volo nello sconosciuto, nell’abisso, l’esplorazione vorticosa di chi si abbandona nell’infinito, nelle pieghe dell’animo e dei tempi. E’ una danza gotica nella quale domina la vertigine, alla ricerca di un’idea che eternamente sfugge e che non vuole farsi afferrare. Capite ora perché preferisco scrivere Musica invece di esprimere certi concetti a parole?

15 The Shapes of Memory: le forme della memoria, una riflessione riguardante la capacità dell’essere umano di concedersi al male, un ricordo delle vittime dell’intolleranza, dell’odio, della disumanità. Un monito affinché terribili episodi che hanno segnato il nostro passato recente, e che purtroppo (in altre forme appunto) stanno caratterizzando la nostra contemporaneità, non accadano più in un futuro prossimo.

16 The White Ship (November 1919): il quartetto si ispira ad un racconto di H.P. Lovecraft, del quale sono sempre stato un appassionato lettore. Non fa parte dei suoi racconti Horror, quanto di quelli Fantasy legati al Ciclo dei Sogni, tematica che come avrete capito mi affascina e di conseguenza ispira molto. E’ la storia di un viaggio su un vascello fantastico attraverso mondi ideali che però non sono mai abbastanza soddisfacenti per il protagonista della storia. Si tratta chiaramente di una allegoria, la ricerca infinita di ciò che non abbiamo e mai potremmo avere perché l’essere umano non solo non è mai soddisfatto di quanto ha o riesce ad ottenete, ma vive nella terribile e pericolosa illusione di meritare sempre più di quello che ha. Indipendentemente dal significato allegorico la bellezza del racconto è nella consueta capacità di Lovecraft nel trasportarci in luoghi da sogno (o da incubo) grazie in particolar modo all’elaboratissimo uso del linguaggio. Musicalmente ho cercato di tradurre questa sospensione della coscienza utilizzando il tempo di 5/4 senza che però si possa avvertire immediatamente. Innanzitutto grazie al tempo lento e ed evitando particolari accenti ritmici, la scansione del 5/4 poi non segue il canonico 3+2 o 2+3 quanto un più particolare 2+1+2 che mi ha consentito una certa simmetria nell’impostare i cambi di armonia mantenendo un senso di incertezza, la sensazione che si ha appunto nei sogni. La melodia e l’armonia hanno un senso di “arcaico” non saprei come altro definirlo, ed è questo il senso che mi trasmettono i racconti di Lovecraft, il legame con l’ancestrale, con il primitivo con quanto di antico permane nella coscienza collettiva dell’essere umano. Armonicamente e melodicamente la direzione non è certa, le canoniche regole di attrazione armonica perdono il loro valore così come nei sogni lo perdono le comuni leggi della fisica.

17 Waiting for Godot:  il brano nasce da una idea musicale, ho voluto sperimentare fino a che estremo potevo portare un ostinato, un semplice DO del valore di un quarto, ripetuto per tutto il brano. Il brano nasce come composizione per pianoforte, intorno a questo DO centrale si dipana l’armonia del brano e di seguito tutta la melodia, a seconda dei bassi messi in scena, questo ostinato assume sempre valore diverso, cambia di senso, di atmosfera, eppure rimane lì immobile nella sua lenta marcia, come la lancetta di un orologio che ribatte lo stesso secondo piegando il tempo su sé stesso. Da qui l’idea del titolo del brano, l’attesa di qualcosa, di qualcuno, che forse non arriverà mai. Nella trasposizione del brano per quartetto d’archi l’esperimento si è amplificato, la nota, in pizzicato, viene suonata dai vari strumenti del quartetto, che a volte fanno a turno nel proporla, a volte (è chiaramente percepibile) si sovrappongono nel suonarla per accumulo. Il DO è sempre il medesimo (sempre nella stessa ottava) ma chiaramente assume connotati diversi a seconda che venga suonato dal violino, dalla viola o dal violoncello. Così come inizia, il brano termina con la sequenza di Do che si dissolve improvvisamente nel silenzio, simbolicamente ho voluto lasciare questo brano come ultima traccia dell’album, per lasciare il disco (e l’ascoltatore) come in sospeso.

18 Andy & Leo (Bonus Track): Andy è il mio papà, Leo mio figlio, ho immaginato una musica che descriva i loro giochi (nonno Andy è sempre stato un bravo giocatore, anche quando ero bambino). E’ un inno a mantenere vivi in noi il gioco, la creatività e soprattutto il senso di meraviglia dei bambini in ogni occasione della vita. Musicalmente è un Jazz Waltz che si ispira un po’ alle atmosfere cheVince Guaraldi ha creato per i cartoni animati dei Peanuts (che piacciono molto a nonno Andy, a me e al piccolo Leo. Questa Bonus track è presente solamente nella versione in Picture Disc dell’album e su Spotify, in streaming si può trovare una versione per quartetto Jazz dello stesso brano, l’amico Matteo Ciminari (http://www.matteociminari.com/ ) ha collaborato a questa registrazione registrando il solo di chitarra.

Sono quasi sicuro che lui non se lo ricorda, ma il mio primo incontro con il Maestro fu all’Asilo, alle elementari credo non ci frequentammo molto, però alle medie amici ci avvicinarono. Complici una visione della vita in tempi dispari comune ad entrambi, ed un’infinità di tempo libero, iniziammo a frequentarci di più, alla fine delle medie la musica bussò alle nostre vite.Io diventai un ascoltatore, mentre lui iniziò ad essere tentato da quel mondo, tentato di esserne parte attiva intendo. Decidemmo entrambi di iscriverci alla stessa scuola, e qui arriva forse la parte più importante di questa sgangherata premessa. Con presunzione mi arrogo il diritto di avere portato un po’ di sano e sacrosanto KAOS nella vita e nell’approccio alla vita di KS. Il maestro è molto preciso e maniacale…l’ho incontrato pochi mesi fa dopo anni e sembra uno che fa l’imitazione di Woody Allen. All’epoca credo che io invidiassi un pò la sua rigorosità, nello studio, nell’approccio, nel modo di vivere, ma ero diverso. Il KAOS, dicevo perdonatemi di nuovo l’arroganza, ma il Maestro era tecnicamente qualche spanna avanti, aveva una fantasia smisurata, aveva tutto…la mia frequentazione gli ha fornito quell’uscire temporaneo dalle righe che secondo me è essenziale per un Artista. Credo che lui volesse carpire qualcosa da me come io qualcosa da lui e lui c’è riuscito,ed è andato avanti, io sono andato lontano, però questa piccola vena di Kaos che gli ho trasmesso è rimasta, sempre. Vi pare poco?

Fabio Gattari

Per introdurci nel suo mondo, Kristian ci offre nella prima traccia una vivace bicicletta colorata, che subito incoraggia una pedalata distesa e una disposizione d’ascolto contemplativa, fiduciosa. Dopo poco più di un’ora di impennate scintillanti e di languidi ripiegamenti, l’ultimo brano ci porta dritti all’emblema stesso dell’impossibilità di un traguardo, d’un punto d’arrivo: ovvero a quel Godot beckettiano che è sinonimo di inutilità dell’attesa, e delle attese. Verrebbe dunque da pensare che un percorso così espressamente inconcluso, quasi arenato e mutilato dal suo stesso autore d’una prospettiva definita, così irrimediabilmente provvisorio insomma, equivalga a una strada senza uscita, a una bottiglia entro cui non c’è traccia di messaggio. Ma non si potrebbe essere più lontani dal senso di cui è imbevuto questo KuartetS: cioè che, proprio come nel vivere stesso, non è la destinazione né il presunto insegnamento che contano bensì il viaggio, qui musicale, così imprevedibile e prodigo di invenzioni. Tanto più che in questa sua fatica – che pure ha la grazia di ciò che è ottenuto senza fatica – Kristian, sperimentato compositore al servizio delle immagini, stavolta non risponde ad altri che a sé stesso, alle urgenze del proprio sentire. E le 17 risposte che si e ci dà, sono una più bella dell’altra: altrettante riletture felicemente personali della tradizione cameristica soprattutto novecentesca, sospese tra minimalismo e brume celtiche, tra vecchia Europa e Nuovo Mondo, tra Philip Glass e Tin Hat Trio. Ma c’è molto altro ancora: non resta che salire in sella alla bicicletta e concederci 66 minuti di puro piacere d’ascolto.

Sergio Bassetti

 

Grazie a quanti hanno partecipato alla campagna di Crowdfunding per l’album, senza di voi questi brani sarebbero rimasti inascoltati, prigionieri della mia testa

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