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Recensione di Massimo Privitera
Non è una colonna sonora. Non è un concept album ispirato da immagini. E’ soltanto – e non è cosa da poco, anzi! – una successione di composizioni in cui il suo autore, in questo caso il compositore di musica per film e serie Kristian Sensini (Rocks in My Pockets, Hyde’s Secret Nightmare, Provaci Ancora prof 6, My Love Affair With Marriage), si cimenta al pianoforte in totale e intima riflessione su cosa sia e cosa trasmetta “L’arte invisibile della bellezza inessenziale”, come da titolo inglese di questa sua ultima opera musicale. Prima di passare ad esaminare uno ad uno gli otto pezzi che compongono questo gradevole album, cito il compositore che ha tenuto a precisare, facendo promozione sui suoi canali social, che codesto disco verrà inviato gratuitamente (così come per il resto della sua discografia, tra cui Hyde’s Secret Nightmare, All Against All, My Love Affair With Marriage, Kartets, A Blurred Glass) a chi farà una donazione libera ad Emergency https://sostieni.emergency.it/dona-ora/, inviandogli successivamente la ricevuta della donazione stessa. Lodevole e ancor più invogliante nel far giungere nella collezione discografica personale questo album per piano solo. Il brano che lo apre si intitola “Intrusive Thoughts”: una cadenza pianistica cullante che sollecita riflessioni odierne su pensieri che vengono da molto lontano, perfino da paesi che stanno subendo guerre e stragi ingiustificate e ignominiose, che lasciano la mente e il cuore sbigottiti. La traccia “Insane Tenderness” risuona come un carillon insanamente disconnesso nel suo andamento che tende a volere essere comunque confortante. “Making Love” è il tema che resta più sotto pelle dell’intero album: una dichiarazione d’amore nel suo pieno compimento fisico ed emotivo; un motivo dalle reminiscenze francesi della Nouvelle Vague, tra Francis Lai e Michel Legrand. “Moonlit Droplets” appare come costola del primo brano seppur con una sua cadenza intimamente più delicata e tranquillizzante, con un leitmotiv dalle sfumature nipponiche. “Heavy Hearts” suona morbidamente drammatico e irrisolto, con alcuni passaggi timbrici alla Bernard Herrmann dei temi d’amore, piegati da passione esasperata e distruttiva, scritti per Hitchcock. “Some Kind of Freedom” si poggia su un suono synth prolungato e squillante che sottolinea la melodia dondolante come una ninnananna per tutti i bimbi del mondo, specialmente quelli in costante pericolo di vita perché residenti in paesi in guerra. “Winter Talk” è interiormente solitario ma gaudente nell’esserlo, perché tale condizione porta sollievo e apre l’animo a conversare con sé stessi senza filtri alcuni. Chiude “Waiting For Godot” di Beckettiana memoria, altro non è che un brano di matrice classica, cadenzato da un ritmo battente che echeggia come un allarmante grido di disperazione e aiuto.


