Il valore del silenzio: quando non scrivere è un atto di responsabilità artistica

Nel 2018 ho pubblicato un articolo che suggeriva diverse soluzioni per superare i blocchi creativi che possono spesso capitare agli artisti. Nel parlare della sindrome della pagina bianca ho parlato del silenzio come un nemico, come qualcosa da superare a ogni costo, ma con il tempo ho sentito la necessità di aggiungere una riflessione più ampia e forse meno rassicurante. Non tutti i blocchi sono uguali e non tutti vanno necessariamente combattuti. Esiste infatti una distinzione fondamentale tra il blocco legato al lavoro professionale e quello che riguarda l’attività artistica nel suo senso più profondo. Quando lavoriamo su un film, una serie o un progetto con scadenze precise, non possiamo permetterci di fuggire da un impegno preso: esiste un contratto, una responsabilità, e anche se l’ispirazione sembra mancare dobbiamo comunque consegnare qualcosa, perché ne va della nostra credibilità e della nostra carriera. Questo genera inevitabilmente stress, ed è uno stress reale che dobbiamo imparare a gestire attraverso metodo, disciplina e tutti quegli strumenti pratici che ho descritto finora. Ma accanto a questo esiste un altro tipo di silenzio, più sottile e più fragile, che riguarda la nostra voce artistica, ciò che abbiamo davvero da dire come individui e non solo come professionisti, e in questo caso forzare sempre l’atto creativo può diventare un errore. In molte tradizioni filosofiche si dice che prima di parlare bisognerebbe chiedersi se ciò che stiamo per dire è vero, se è giusto e se non è dannoso; credo che con la musica valga qualcosa di molto simile. Non è sempre necessario suonare, non è sempre necessario comporre, non è sempre necessario pubblicare. Esistono momenti in cui il silenzio non è un fallimento ma una forma di ascolto, un tempo di riflessione necessario per non cadere nell’inganno, tipicamente moderno, che l’artista debba manifestarsi continuamente, anche quando non ha nulla di autentico da dire. Viviamo in un’epoca in cui se non pubblichi costantemente sembra che tu non esista, e il timore di diventare invisibili porta molti musicisti a produrre e condividere qualsiasi cosa con regolarità, contribuendo a un rumore di fondo sempre più saturo. La democratizzazione degli strumenti tecnologici ha aperto possibilità straordinarie, permettendo a chiunque di creare e registrare musica con mezzi minimi, ma ha anche introdotto una nuova pressione: proprio perché è facile esprimersi, ci si sente in dovere di farlo sempre. È un processo simile a quello avvenuto con la fotografia: quando esistevano i rullini si pensava con attenzione a cosa fotografare, perché ogni scatto aveva un costo e quel limite generava riflessività; oggi, con la fotografia digitale e i social, tutto è immediato e illimitato, e spesso si documenta tutto senza più distinguere ciò che è significativo da ciò che è superfluo. Con la musica accade lo stesso, e per questo credo che talvolta tacere sia un atto di responsabilità artistica. Tacere non significa rinunciare, ma custodire, lasciare che il tempo faccia il suo lavoro, evitare di dire qualcosa solo per riempire uno spazio. In certi periodi storici e personali è più importante ascoltare, guardarsi intorno, capire il mondo che ci circonda e capire noi stessi, piuttosto che aggiungere altra voce al coro. Scrivendo e rivedendo queste riflessioni nel 2026, in un momento storico carico di tensioni e trasformazioni, sento che fare musica è importante, ma lo è solo se nasce da un’urgenza reale e non dal bisogno di esserci a ogni costo. Le tecniche per superare la pagina bianca restano fondamentali quando abbiamo una responsabilità professionale, ma non avere nulla da dire in certi momenti della vita non è sempre un segnale negativo; a volte è saggezza, altre volte è rispetto, come quando accade qualcosa di doloroso e non sentiamo il bisogno di parlare subito per timore di dire qualcosa di fuori luogo. Anche per il compositore, imparare a distinguere quando è il momento di scrivere e quando è il momento di tacere è forse una delle forme più alte di maturità artistica, perché esiste una musica che nasce dal suono e un’altra, più rara e più preziosa, che nasce dal silenzio.