• NEWS - Uncategorized

    Ode al Minimalismo…non oltre 100

    Un secolo fa una persona comune possedeva pochissimi oggetti personali. E soprattutto oggetti riconoscibili, finiti, compiuti in sé. Non sistemi, non ecosistemi di accessori, non categorie astratte, ma cose concrete. Due o tre abiti buoni e uno da lavoro. Un cappotto. Un paio di scarpe per tutti i giorni e uno per le occasioni speciali. Forse un cappello. In tasca un fazzoletto, un piccolo portafoglio con poche monete, talvolta un orologio.

    Per la cura personale: un pettine, una spazzola, un rasoio. Poche fotografie di famiglia, custodite con attenzione. Alcune lettere legate con uno spago. Un quaderno. Due o tre libri. Un coltellino, ago e filo, utensili semplici pensati per essere usati, riparati, usati ancora.

    Ogni oggetto aveva un posto preciso, una funzione chiara, e una durata prevista. Non esistevano doppioni, copie di sicurezza, versioni alternative della stessa cosa. Gli oggetti entravano nella vita per necessità e ne uscivano quando avevano concluso il loro compito. Non era minimalismo ideologico. Era la condizione naturale di un mondo materiale che produceva poco, lentamente, con limiti strutturali.

    Se escludiamo i mobili, una persona viveva circondata da poche decine di oggetti personali. Non perché fosse più saggia o moralmente superiore, ma perché la realtà non incoraggiava l’accumulo. Il mercato non moltiplicava infinite varianti della stessa funzione. Il ciclo era lineare: si acquistava, si usava, si consumava, si riparava, si concludeva. La fine di un oggetto era reale, tangibile, definitiva.

    Oggi quel ciclo è quasi scomparso.

    A distanza di cent’anni, una persona media possiede non decine ma migliaia di oggetti. Vestiti mai indossati. Dispositivi elettronici che coesistono in stati intermedi tra la vita e la morte. Cavi di cui non si ricorda più l’origine ma che restano “nel caso servissero”. Caricabatterie di oggetti che non esistono più. Cosmetici aperti e mai terminati. Libri accumulati come promessa, non letti come esperienza. Scatole conservate non per utilità ma perché gettarle richiederebbe una decisione.

    Questa condizione non si esaurisce nella parola “consumismo”. Consumare, nel senso originario, significa usare fino all’esaurimento e poi sostituire. Ma ciò che viviamo da almeno quarant’anni è altro: non sostituiamo, aggiungiamo.

    Il vecchio telefono resta in un cassetto quando arriva il nuovo. I vestiti smettono di essere indossati ma non lasciano la casa. Gli oggetti non muoiono più: sedimentano. Si stratificano come livelli geologici, ognuno corrispondente a una versione precedente di noi stessi. Non c’è circolazione, ma compressione. Non c’è flusso, ma accumulo.

    Le nostre case diventano archivi densi di scelte passate, intenzioni interrotte, decisioni rimandate. Ogni scaffale è una cronologia materiale. Ogni cassetto è un deposito di identità sospese.

    Da qui nasce un’illusione potente: l’illusione della ricchezza. Più oggetti sembrano promettere più possibilità, più libertà, più controllo sulla vita. Ma questa promessa non regge a un’analisi attenta. Le vere élite non accumulano oggetti: controllano sistemi, flussi, infrastrutture, narrazioni. Possiedono poche cose con enorme leva. Noi, al contrario, possediamo innumerevoli cose con funzione minima. E alla fine sono loro a possedere noi.

    Ogni oggetto chiede qualcosa in cambio: spazio, manutenzione, attenzione, memoria, energia emotiva, micro-decisioni continue. Non siamo ricchi; siamo sovraccarichi. Non siamo liberi; siamo custodi di un magazzino personale in espansione permanente.

    Il problema centrale non è il consumo, ma la permanenza. Non siamo schiavi dell’acquisto; siamo schiavi del fatto che le cose non se ne vanno più. Il consumo passa. L’accumulo resta. L’oggetto non completa il proprio ciclo vitale. L’uso può finire, ma la presenza rimane. Rimane come rumore visivo, come peso cognitivo, come frammento di identità sospesa.

    Le nostre case assomigliano sempre più a depositi di decisioni irrisolte piuttosto che a luoghi realmente abitati.

    Da questa condizione nasce una domanda che cent’anni fa sarebbe stata superflua, perché la realtà stessa già la risolveva: se dovessi scegliere solo cento oggetti personali da conservare, esclusi i mobili, quali sarebbero?

    Oggi questa domanda destabilizza. Costringe a distinguere l’essenziale dal trattenuto, l’usato dal conservato, ciò che ci appartiene da ciò che semplicemente non riusciamo a lasciare andare.

    Se provo a rispondere in prima persona, parto dagli strumenti del pensiero e della memoria: una penna nera, una penna rossa, una matita, una gomma, un temperino e un quaderno con copertina rigida. Non oggetti nostalgici, ma strumenti di presenza. Servono a scrivere idee, abbozzare musica, fissare incontri nel tempo, annotare sogni, dare forma all’esperienza. Scrivere rallenta il mondo. Trasforma il tempo in significato.

    Poi viene la musica. Non come sottofondo, ma come struttura. Un flauto: il più essenziale tra gli strumenti portatili, respiro che diventa suono. Un pianoforte: perché non tutto ciò che conta deve essere trasportabile; alcune cose devono restare, radicate, centro di gravità. Un metronomo: perché il tempo va ascoltato. Cinque dischi che ho inciso e che considero degni di essere trasmessi. Non un archivio completo, ma una scelta. Due volumi di partiture: uno con le composizioni più importanti, uno con i brani che amo suonare. La musica non si accumula: si deposita.

    Per l’ascolto, pochi vinili scelti per la loro capacità di resistere al tempo: il Requiem di Mozart, la Passione secondo Matteo di Bach, la Nona Sinfonia di Beethoven, Il flauto magico, Kind of Blue, La Mer, le Gymnopédies, La Traviata, Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band, The Wall, Thick as a Brick. E un giradischi, perché ascoltare è un atto fisico.

    I libri non servono a riempire scaffali, ma a essere riletti: la Bibbia, I fiori del male, i miti degli dèi e degli eroi, Il piccolo principe, I fratelli Karamazov, La metamorfosi, Sogno di una notte di mezza estate, un libro di storia, un dizionario della lingua italiana, un volume dei Peanuts, una raccolta delle prime storie di Spider-Man, e i quattro libri che ho scritto. Non informano soltanto: formano.

    La memoria affettiva si concentra in due oggetti: un libro di fotografie di famiglia, per ancorare il futuro; e un vecchio peluche dell’infanzia. Totalmente inutile, quindi indispensabile. Perché il significato non coincide sempre con la funzione.

    Per il cinema e l’immaginario condiviso: un televisore, un lettore DVD, un telefono cellulare, un paio di cuffie. Il telefono non per ossessione, ma perché comprime molte funzioni in un solo oggetto. Non moltiplica, concentra.

    Per il corpo e la vita quotidiana: tre camicie, tre maglioni, tre pantaloni, tre paia di calze, tre di biancheria, tre magliette intime, tre paia di scarpe. Una giacca di pelle, un impermeabile leggero, una sciarpa, un cappellino con visiera, un ombrello, pantofole. Quanto basta per vivere, non abbastanza per perdersi nella scelta. Una valigia, uno zaino, una bicicletta semplice, non performante, ma mobile.

    Per la cura e l’orientamento: occhiali da vista, rasoio, specchio, spazzolino, orologio da polso, portafoglio, borraccia, coltellino svizzero, misuratore di pressione, termometro. Una scacchiera, perché pensare richiede gioco. Una piccola statua di Buddha e un crocifisso: non contraddizione, ma coesistenza. Una bandiera della pace, fragile e necessaria.

    Contati senza artifici retorici, sono novantacinque oggetti. Novantacinque cose per un’intera vita. Non cento. Certamente non migliaia.

    Ed è qui che emerge il paradosso: più l’essenziale viene nominato con chiarezza, più l’eccesso appare evidente. Non perché l’eccesso sia immorale, ma perché è superfluo. Forse la vera ricchezza non consiste nell’avere di più, ma nel poter guardare ciò che rimane — dopo una scelta attenta — e dire, senza ansia, senza nostalgia, senza paura: questo basta.

  • NEWS - Uncategorized

    Il cinema come atto di resistenza nell’epoca della distrazione: quando anche chi studia cinema non riesce più a guardare un film

    Di recente mi è capitato di leggere un articolo pubblicato su The AtlanticThe Film Students Who Can No Longer Sit Through Films — che consiglio davvero a tutti di leggere. Come docente universitario di musica per l’audiovisivo e di cinema, non posso che sposarlo parola per parola. In breve, l’articolo racconta come sempre più studenti di cinema e media non riescano più a mantenere l’attenzione per l’intera durata di un film, nemmeno quando è parte del programma di studio, e come questa difficoltà stia cambiando il modo di insegnare e persino di pensare il cinema. Detto questo, ciò che vorrei fare qui non è tanto riassumere quell’articolo, che fa già molto bene il suo lavoro, ma proseguire il ragionamento, allargarlo, metterlo in relazione con ciò che vedo ogni giorno nelle aule universitarie e nei set, e con quello che vivo come compositore e come spettatore.

    Studenti di cinema… che non guardano film

    La prima cosa che voglio ribadire con forza è questa: stiamo parlando di studenti che studiano cinema, comunicazione, media, audiovisivo. Persone che hanno scelto consapevolmente corsi dedicati al film, al linguaggio cinematografico, alla regia, al montaggio.
    Se anche loro faticano a sostenere l’attenzione di fronte a un film di un’ora e mezza o due ore, è inevitabile chiedersi: che tipo di rapporto ha allora il resto del pubblico con il cinema?

    La riflessione diventa ancora più inquietante se consideriamo che alcuni di questi studenti diventeranno registi, e alcuni di loro probabilmente lo diventeranno davvero. Io ho già visto passare più generazioni davanti a me. Sono così vecchio? Forse sì, ma non è questo il punto. Il punto è che, generazione dopo generazione, noto una progressiva erosione della conoscenza della storia del cinema.

    I classici che non esistono più (nemmeno nel cinema)

    Mi capita sempre più spesso di avere studenti di cinema che non conoscono la filmografia di registi fondamentali come Federico Fellini, Charlie Chaplin o Stanley Kubrick. Cito volutamente tre nomi “scontati”, tre colonne portanti, non certo scelte oscure da cinefilo radicale. Ma la cosa che trovo ancora più allarmante è che manca anche il mainstream. Non parlo di cinema d’autore, non parlo di avanguardie o di film difficili. Parlo di opere che hanno formato intere generazioni di cineasti, come Star Wars o The Lord of the Rings. Film che hanno definito un immaginario, un linguaggio, un modo di raccontare. Ci stiamo quindi trovando, o ci siamo già trovati, a formare registi che conoscono poco la storia del proprio mestiere. E questo, a mio avviso, non è un dettaglio: è un problema serio, strutturale.

    Lo stesso dramma nella musica per film

    Lo stesso identico fenomeno lo riscontro nel campo della musica per l’audiovisivo.
    Tra i giovani compositori, sono pochissimi quelli che conoscono davvero i nomi fondamentali della musica per film, sia internazionale sia italiana. Quella italiana, purtroppo, spesso non la conoscono affatto. E no, non è un discorso da nostalgico, non è il lamento del “si stava meglio prima”, né il monologo lamentosi di nonno Simpson. È una constatazione professionale: non si può amare un linguaggio senza conoscerne la storia. Non si può pretendere di innovare se non si sa cosa si sta superando.

    Il mio (non) amore per le piattaforme di streaming

    Questo discorso si intreccia inevitabilmente con il mio scarso amore per le piattaforme di streaming.
    Piattaforme spesso fameliche di novità, ma povere di memoria. Cataloghi strapieni di contenuti nuovi — spesso fragili, spesso intercambiabili — e allo stesso tempo inermi sul fronte della storia del cinema. Sono piattaforme colme di serie che, nella maggior parte dei casi, lasciano il tempo che trovano, e molto più avare quando si tratta di offrire un percorso coerente attraverso i capisaldi del cinema mondiale. Nell’articolo di The Atlantic trovo particolarmente interessante la riflessione sulle richieste produttive di Netflix: film pensati, e talvolta imposti, con una struttura fatta di continui picchi di attenzione, di micro-climax, di stimoli costanti. Il motivo è chiaro: lo spettatore è distratto, sta scrollando il telefono mentre guarda il film. E il film deve “urlare” per riportarlo allo schermo.

    Cinema e serialità non sono la stessa cosa

    Qui mi permetto di essere netto, anche a costo di andare contro colleghi stimatissimi.
    Cinema e serialità non sono la stessa cosa. Continuo a sostenerlo da sempre, nonostante molti registi e compositori affermino il contrario. Il cinema è un’esperienza collettiva, in sala, al buio, per un tempo definito. Un’ora e mezza, due ore, senza distrazioni. La serialità è un’esperienza domestica, frammentata, spesso distratta, consumata mentre si fanno altre cose. Dire che una serie da dodici puntate equivale a dodici film è, semplicemente, falso. L’arco narrativo è diverso, la gestione del climax è diversa, il rapporto con il tempo è diverso, il messaggio è spesso più diluito, a volte confuso.

    Quando il linguaggio della distrazione entra nel cinema

    Il vero dramma è che questo linguaggio della distrazione sta entrando nel cinema.
    Lo vediamo nei film che restano pochissimo in sala. Lo vediamo in opere che, ancora prima di uscire, parlano già il linguaggio della serialità televisiva. E in tutto questo ci rimettiamo tutti. Ricordo un episodio molto chiaro della mia vita da compositore: durante la lavorazione di un film destinato al cinema, un produttore mi disse che nella colonna sonora mancavano percussioni. Narrativamente non c’era alcun motivo per usarle. Nessuna scena lo richiedeva. Nessuna necessità espressiva. Ma la richiesta era chiara: servivano a tenere alta l’attenzione, come un bambino che scuote il genitore per non perderne lo sguardo. Questo, per me, è un segnale gravissimo.

    Una resistenza necessaria

    Il cinema non può piegarsi alla dipendenza da social, allo scrolling compulsivo, alla disattenzione permanente. Deve resistere. E a questa resistenza devono partecipare registi, compositori, produttori, ma anche e soprattutto gli insegnanti. Forse dobbiamo avere il coraggio di accettare una cosa scomoda: non dobbiamo per forza accontentare tutti.Se vogliamo preservare il cinema come linguaggio, come arte, come esperienza, dobbiamo distinguere tra lo spettatore casuale e chi ama davvero questo mestiere. Non è un discorso elitario. È un discorso di responsabilità culturale. Come scriveva Seneca, non è vero che abbiamo poco tempo: è che ne perdiamo molto. E forse oggi stiamo perdendo non solo tempo, ma anche memoria, attenzione e profondità. Se non iniziamo a prendercene cura, rischiamo di salvare il contenitore (le piattaforme, i format, i numeri) e perdere definitivamente il contenuto: il cinema che amiamo, e a cui abbiamo dedicato gran parte della nostra vita.

    Tutti questi motivi spiegano bene perché, da anni — o forse da sempre — mi definisco un compositore per il cinema. Un film composer. E non un media composer. Tengo volutamente la parola film. La difendo. La custodisco. Perché non credo che “comporre per qualsiasi media” sia una definizione neutra o innocua. Non lo è. È una semplificazione che appiattisce tutto sullo stesso piano, come se pubblicità, serie, televisione, social network e cinema parlassero la stessa lingua. Non è così. Il linguaggio del cinema è specifico. Specifico nel rapporto con il tempo, con il silenzio, con l’attesa.
    Specifico nel modo in cui la musica entra, esce, respira con l’immagine. Specifico nel fatto che non deve continuamente chiedere attenzione, ma spesso deve saperla perdere, fidandosi dello spettatore. La musica per il cinema non funziona come quella della pubblicità, che deve colpire subito. Non funziona come quella delle serie, che spesso deve sostenere una visione frammentata. Non funziona come quella dei social, che vive di stimoli immediati e ripetibili. Proprio perché è un linguaggio specifico, va rispettato.
    E proprio perché va rispettato, va protetto. E se va protetto, allora va anche tramandato.

    Continuare a chiamarsi film composer oggi non è una posa, né una nostalgia. È una presa di posizione.
    È un atto di responsabilità verso un’arte che non può — e non deve — adattarsi a ogni distrazione del presente.

  • NEWS - Uncategorized

    Il valore del silenzio: quando non scrivere è un atto di responsabilità artistica

    Nel 2018 ho pubblicato un articolo che suggeriva diverse soluzioni per superare i blocchi creativi che possono spesso capitare agli artisti. Nel parlare della sindrome della pagina bianca ho parlato del silenzio come un nemico, come qualcosa da superare a ogni costo, ma con il tempo ho sentito la necessità di aggiungere una riflessione più ampia e forse meno rassicurante. Non tutti i blocchi sono uguali e non tutti vanno necessariamente combattuti. Esiste infatti una distinzione fondamentale tra il blocco legato al lavoro professionale e quello che riguarda l’attività artistica nel suo senso più profondo. Quando lavoriamo su un film, una serie o un progetto con scadenze precise, non possiamo permetterci di fuggire da un impegno preso: esiste un contratto, una responsabilità, e anche se l’ispirazione sembra mancare dobbiamo comunque consegnare qualcosa, perché ne va della nostra credibilità e della nostra carriera. Questo genera inevitabilmente stress, ed è uno stress reale che dobbiamo imparare a gestire attraverso metodo, disciplina e tutti quegli strumenti pratici che ho descritto finora. Ma accanto a questo esiste un altro tipo di silenzio, più sottile e più fragile, che riguarda la nostra voce artistica, ciò che abbiamo davvero da dire come individui e non solo come professionisti, e in questo caso forzare sempre l’atto creativo può diventare un errore. In molte tradizioni filosofiche si dice che prima di parlare bisognerebbe chiedersi se ciò che stiamo per dire è vero, se è giusto e se non è dannoso; credo che con la musica valga qualcosa di molto simile. Non è sempre necessario suonare, non è sempre necessario comporre, non è sempre necessario pubblicare. Esistono momenti in cui il silenzio non è un fallimento ma una forma di ascolto, un tempo di riflessione necessario per non cadere nell’inganno, tipicamente moderno, che l’artista debba manifestarsi continuamente, anche quando non ha nulla di autentico da dire. Viviamo in un’epoca in cui se non pubblichi costantemente sembra che tu non esista, e il timore di diventare invisibili porta molti musicisti a produrre e condividere qualsiasi cosa con regolarità, contribuendo a un rumore di fondo sempre più saturo. La democratizzazione degli strumenti tecnologici ha aperto possibilità straordinarie, permettendo a chiunque di creare e registrare musica con mezzi minimi, ma ha anche introdotto una nuova pressione: proprio perché è facile esprimersi, ci si sente in dovere di farlo sempre. È un processo simile a quello avvenuto con la fotografia: quando esistevano i rullini si pensava con attenzione a cosa fotografare, perché ogni scatto aveva un costo e quel limite generava riflessività; oggi, con la fotografia digitale e i social, tutto è immediato e illimitato, e spesso si documenta tutto senza più distinguere ciò che è significativo da ciò che è superfluo. Con la musica accade lo stesso, e per questo credo che talvolta tacere sia un atto di responsabilità artistica. Tacere non significa rinunciare, ma custodire, lasciare che il tempo faccia il suo lavoro, evitare di dire qualcosa solo per riempire uno spazio. In certi periodi storici e personali è più importante ascoltare, guardarsi intorno, capire il mondo che ci circonda e capire noi stessi, piuttosto che aggiungere altra voce al coro. Scrivendo e rivedendo queste riflessioni nel 2026, in un momento storico carico di tensioni e trasformazioni, sento che fare musica è importante, ma lo è solo se nasce da un’urgenza reale e non dal bisogno di esserci a ogni costo. Le tecniche per superare la pagina bianca restano fondamentali quando abbiamo una responsabilità professionale, ma non avere nulla da dire in certi momenti della vita non è sempre un segnale negativo; a volte è saggezza, altre volte è rispetto, come quando accade qualcosa di doloroso e non sentiamo il bisogno di parlare subito per timore di dire qualcosa di fuori luogo. Anche per il compositore, imparare a distinguere quando è il momento di scrivere e quando è il momento di tacere è forse una delle forme più alte di maturità artistica, perché esiste una musica che nasce dal suono e un’altra, più rara e più preziosa, che nasce dal silenzio.

  • NEWS - Uncategorized

    Managers, agents, publicists and lawyers: how a film composer’s career really works

    One of the questions I’m asked most often concerns the role of managers, agents and other professional figures in film music. Who does what? Who really matters? And above all: who actually brings work to a composer?

    I’m speaking mainly from my direct experience in the United States, so from a system that’s different from the Italian one, but very useful for understanding how these dynamics generally work.

    The first thing to clarify is that there is no single central figure. There isn’t one professional who “does everything.” In reality, there are several roles that coexist, collaborate and often overlap. Sometimes the same person covers more than one role; sometimes they don’t. It’s a fluid system, not a rigid one.

    And here comes the most important point — and often the most disappointing one: your work does not come from your agent or your manager.
    Your work comes from you.

    In the U.S., it’s not common for an agent to go knocking on doors saying, “I represent an amazing composer, give them this film.” If that ever happens, it comes much later. At the beginning, the mechanism is different: at some point, someone comes to you — but only because you’ve already built something worth noticing.

    The reason why they call you and not another composer depends on many factors, but the professional figures that eventually come into play are almost always the same: agent, manager, lawyer, and in parallel, publicist and sync agent.

    The agent usually enters the picture when your career starts involving real money and real responsibility. This is the person who handles contracts and negotiations, always keeping a close eye on your overall trajectory. If you sign a film for $50,000 or $100,000, the agent’s job isn’t just to close that deal — it’s to make sure the next one isn’t worse. In this business, taking a step backward can be very damaging.

    When you have an agent, the dynamic changes. A director or producer no longer discusses budget or conditions directly with you. They simply ask whether you’re interested in the project. If you say yes, from that moment on the conversation goes through the agent. The agent handles fees, obligations, production requests, timelines — everything related to the contract. Then they come back to you, you evaluate the terms together, and the negotiation continues until an agreement is reached.

    The manager operates on a different level. Sometimes agent and manager are the same person, but often they’re not. The manager is less concerned with contracts and more focused on the overall direction of your career. This is the person who helps you understand whether a project makes sense, whether it helps you grow or exposes you to unnecessary risk. It’s also the person who can tell you “don’t do it,” even when everyone else is telling you to accept.

    The manager thinks long-term: image, coherence, positioning. In practical terms, they help you remain an artist while the system constantly tries to turn you into a cog in the machine.

    Both agents and managers are paid on commission, usually between 10% and 20%. And this is important to understand: if you grow, they grow too. It’s a shared-interest relationship, not a flat service you pay for.

    Then there’s the lawyer. Less visible, but often the one who saves you from serious trouble. This is the person who actually reads everything — especially the infamous fine print. In the U.S., entertainment lawyers are extremely aggressive, in both a positive and very pragmatic sense. They protect your interests down to the smallest detail, and often work on a percentage as well.

    Sometimes the agent is also a lawyer; other times the agent relies on an external attorney for specific checks. Either way, once contracts become serious, a lawyer is no longer optional.

    The publicist is often underestimated, but in reality is crucial. You can work endlessly and write incredible music, but if no one talks about it, it’s as if you don’t exist. The publicist’s job is to circulate your name, secure interviews, articles, podcasts, appearances. This becomes especially important when it comes to awards, festivals and recognition — because being good is not enough, you also need to be visible.

    For awards like the Oscars or Golden Globes, the publicist’s work is fundamental. They make sure people know you worked on that film and that the film deserves attention. The more people talk about you — positively — the greater the chances that your work gets noticed, and that new opportunities follow.

    The sync agent operates on yet another level. This role should not be confused with a publisher. A publisher handles publishing rights and earns money whenever your music is used. A sync agent, instead, works with the master recordings of your tracks and looks for synchronization opportunities. You entrust them with your catalog, and they pitch it to music supervisors, directors, editors and production companies, handling the negotiations for the use of your music.

    At this point, the inevitable question is: where do you find all these people?

    In most cases, you don’t.
    You work, you do a project that works, the music is appreciated — and someone comes to you. It’s very similar to a Zen Buddhism metaphor: the student does not seek the master; the master appears when the student is ready.

    The only partial exception is the publicist, who is often hired for a limited period — for a film release or a record release. Even then, nothing is guaranteed: especially in the U.S., publicists choose very carefully which projects they take on.

    The conclusion is simple, and perhaps uncomfortable: there are no shortcuts.
    If you want an agent, a manager or a publicist, you first need something worth defending, promoting and developing.

    Work as much as possible, aim for quality, make your work heard. If what you’re doing is genuinely interesting, sooner or later someone will come to you and say:
    “I can help your career grow.”

    From there, the journey continues, with people entering and leaving your professional life. The only constant, in the end, is your music.

  • NEWS - Uncategorized

    Manager, agenti, publicist e avvocati: come funziona davvero la carriera di un compositore per il cinema

    Una delle domande che mi viene fatta più spesso riguarda il ruolo di manager, agenti e altre figure professionali nella musica per film. Chi fa cosa? Chi serve davvero? E soprattutto: chi porta il lavoro al compositore? Parlo soprattutto per esperienza diretta negli Stati Uniti, quindi di un contesto diverso da quello italiano, ma molto utile per capire alcune dinamiche di fondo.

    La prima cosa da chiarire è che non esiste una figura unica e centrale. Non c’è “il” professionista che risolve tutto. In realtà ci sono diverse figure che convivono, collaborano e spesso si sovrappongono. A volte una stessa persona ricopre più ruoli, altre volte no. È un sistema fluido, non rigido. E qui arriva la cosa più importante, quella che spesso delude: il lavoro non ve lo procura né l’agente né il manager.
    Il lavoro ve lo procurate voi.

    Negli Stati Uniti non funziona che un agente vada in giro a bussare alle porte dicendo: “Ho un compositore bravissimo, fategli fare questo film”. Quella fase, se mai esiste, arriva molto dopo. All’inizio il meccanismo è un altro: a un certo punto qualcuno arriva da voi. Ma ci arriva perché prima avete costruito qualcosa.

    Il motivo per cui verrete chiamati voi e non un altro compositore dipende da un insieme di fattori, ma le figure professionali che entrano in gioco, prima o poi, sono sempre più o meno le stesse: agente, manager, avvocato, e in parallelo publicist e sync agent.

    L’agente è la figura che entra in gioco quando la vostra carriera comincia a muovere cifre e responsabilità concrete. È quello che si occupa dei contratti e della negoziazione, sempre con un occhio molto attento alla vostra traiettoria. Se firmate un film da 50 o 100 mila dollari, il suo lavoro non è solo farvi firmare quel contratto, ma evitare che quello successivo sia peggiore. Perché un passo indietro, in questo mondo, pesa moltissimo.

    Quando avete un agente, la dinamica cambia: un regista o una produzione non discute più con voi di budget o condizioni. Vi chiede se il progetto vi interessa. Se dite di sì, da quel momento in poi parlano con l’agente. Lui si occupa di tutto ciò che riguarda compenso, obblighi, richieste della produzione, tempistiche. Poi naturalmente ne parla con voi, si valutano insieme le condizioni e si torna al tavolo finché non si trova un accordo.

    Il manager, invece, lavora su un piano diverso. A volte coincide con l’agente, ma spesso no. Il manager non si occupa tanto dei contratti quanto del senso complessivo della vostra carriera. È la persona che vi aiuta a capire se una scelta ha senso o no, se un progetto vi fa crescere o vi espone a rischi inutili. È quello che vi dice anche “non farlo”, quando tutti intorno vi dicono “accetta”.

    Il manager ragiona sull’immagine, sulla coerenza, sul lungo periodo. In pratica vi aiuta a rimanere artisti mentre il sistema cerca continuamente di trasformarvi in un ingranaggio.

    Sia agenti che manager vengono pagati a percentuale, di solito tra il 10 e il 20%. Ed è importante capirlo bene: se voi crescete, crescono anche loro. È un rapporto di interesse condiviso, non un servizio a pagamento.

    Poi c’è l’avvocato. È la figura meno visibile, ma spesso quella che vi salva da problemi enormi. È colui che legge davvero tutto, soprattutto le famigerate “scritte in piccolo”. Negli Stati Uniti gli avvocati del settore sono estremamente aggressivi, nel senso buono e in quello meno romantico del termine. Difendono i vostri interessi fino all’ultimo dettaglio e spesso lavorano anche loro a percentuale.

    A volte l’agente è anche avvocato, altre volte si affida a un legale esterno per verifiche specifiche. In ogni caso, quando i contratti diventano seri, l’avvocato diventa indispensabile.

    Il publicist è una figura spesso sottovalutata, ma in realtà cruciale. Potete lavorare tantissimo e scrivere musica straordinaria, ma se nessuno ne parla, è come se non esisteste. Il publicist si occupa di far circolare il vostro nome, di ottenere interviste, articoli, podcast, apparizioni. È particolarmente importante quando si parla di premi, festival e riconoscimenti, perché lì non basta essere bravi: bisogna essere visibili.

    Per premi come gli Oscar o i Golden Globe, il lavoro del publicist è determinante. Deve far sapere che avete lavorato a quel film e che quel film merita attenzione. Più si parla di voi – e se ne parla bene – più aumentano le possibilità che il vostro lavoro venga notato e, di conseguenza, che arrivino nuove opportunità.

    Il sync agent, infine, lavora su un piano ancora diverso. Non va confuso con l’editore. L’editore gestisce le edizioni e guadagna ogni volta che un vostro brano viene utilizzato. Il sync agent, invece, lavora sul master dei vostri brani e cerca opportunità di sincronizzazione. Gli affidate il vostro catalogo e lui lo propone a music supervisor, registi, montatori, produzioni, occupandosi direttamente delle trattative per l’uso della musica.

    A questo punto arriva la domanda inevitabile: dove si trovano tutte queste persone?

    Nella maggior parte dei casi, non le trovate voi.
    Lavorate, fate un progetto che funziona, la musica viene apprezzata, e qualcuno arriva da voi. È un processo molto simile alla metafora del Buddismo Zen: non è l’allievo che cerca il maestro, ma il maestro che arriva quando l’allievo è pronto.

    L’unica eccezione parziale è il publicist, che spesso si ingaggia per periodi limitati, per un’uscita discografica o cinematografica. Anche lì, però, non è scontato: soprattutto negli Stati Uniti, i publicist scelgono con attenzione i progetti su cui lavorare.

    La conclusione è semplice e forse un po’ scomoda: non esistono scorciatoie.
    Se volete un agente, un manager, un publicist, dovete prima avere qualcosa che valga la pena di essere difeso, promosso e fatto crescere.

    Lavorate il più possibile, cercate la qualità, fatevi ascoltare. Se il vostro lavoro è davvero interessante, prima o poi qualcuno verrà da voi dicendo:
    “Posso aiutarti a far crescere la tua carriera?”

    E da lì il percorso continua, con persone che entrano ed escono dalla vostra vita professionale. L’unica cosa che resta sempre è la vostra musica.

  • NEWS - PRESS

    The Invisible Art of Inessential Beauty – Colonnesonore.net

    https://www.colonnesonore.net/recensioni/cinema/11049-the-invisible-art-of-inessential-beauty.html

    Recensione di Massimo Privitera

    Non è una colonna sonora. Non è un concept album ispirato da immagini. E’ soltanto – e non è cosa da poco, anzi! – una successione di composizioni in cui il suo autore, in questo caso il compositore di musica per film e serie Kristian Sensini (Rocks in My Pockets, Hyde’s Secret Nightmare, Provaci Ancora prof 6, My Love Affair With Marriage), si cimenta al pianoforte in totale e intima riflessione su cosa sia e cosa trasmetta “L’arte invisibile della bellezza inessenziale”, come da titolo inglese di questa sua ultima opera musicale. Prima di passare ad esaminare uno ad uno gli otto pezzi che compongono questo gradevole album, cito il compositore che ha tenuto a precisare, facendo promozione sui suoi canali social, che codesto disco verrà inviato gratuitamente (così come per il resto della sua discografia, tra cui Hyde’s Secret Nightmare, All Against All, My Love Affair With Marriage, Kartets, A Blurred Glass) a chi farà una donazione libera ad Emergency https://sostieni.emergency.it/dona-ora/, inviandogli successivamente la ricevuta della donazione stessa. Lodevole e ancor più invogliante nel far giungere nella collezione discografica personale questo album per piano solo. Il brano che lo apre si intitola “Intrusive Thoughts”: una cadenza pianistica cullante che sollecita riflessioni odierne su pensieri che vengono da molto lontano, perfino da paesi che stanno subendo guerre e stragi ingiustificate e ignominiose, che lasciano la mente e il cuore sbigottiti. La traccia “Insane Tenderness” risuona come un carillon insanamente disconnesso nel suo andamento che tende a volere essere comunque confortante. “Making Love” è il tema che resta più sotto pelle dell’intero album: una dichiarazione d’amore nel suo pieno compimento fisico ed emotivo; un motivo dalle reminiscenze francesi della Nouvelle Vague, tra Francis Lai e Michel Legrand. “Moonlit Droplets” appare come costola del primo brano seppur con una sua cadenza intimamente più delicata e tranquillizzante, con un leitmotiv dalle sfumature nipponiche. “Heavy Hearts” suona morbidamente drammatico e irrisolto, con alcuni passaggi timbrici alla Bernard Herrmann dei temi d’amore, piegati da passione esasperata e distruttiva, scritti per Hitchcock. “Some Kind of Freedom” si poggia su un suono synth prolungato e squillante che sottolinea la melodia dondolante come una ninnananna per tutti i bimbi del mondo, specialmente quelli in costante pericolo di vita perché residenti in paesi in guerra. “Winter Talk” è interiormente solitario ma gaudente nell’esserlo, perché tale condizione porta sollievo e apre l’animo a conversare con sé stessi senza filtri alcuni. Chiude “Waiting For Godot” di Beckettiana memoria, altro non è che un brano di matrice classica, cadenzato da un ritmo battente che echeggia come un allarmante grido di disperazione e aiuto.  

  • NEWS

    Musica per Film un affare Rischioso

    FILM MUSIC: A RISKY BUSINESS

    By Charles Bernstein, Vice President SCL https://www.charlesbernstein.com/

    Fare film è un’attività rischiosa. È costosa e imprevedibile. Grandi somme di denaro, grandi ego, grandi sogni, e le carriere di tutti sono sempre in gioco. Le conseguenze finanziarie di un film fallito o di una stagione TV cancellata possono essere enormi. C’è sempre molta pressione e stress, che si diffonde a tutta la squadra di produzione, inclusi compositori e autori di canzoni.

    In un ambiente ad alto rischio, non sorprende che le persone diventino nervose e più caute. È facile diventare “avversi al rischio”. Per questo i registi spesso si affidano a formule collaudate: franchise, remake, reboot, sequel, prequel, spin-off, ecc. Nello stesso modo, l’avversione al rischio si manifesta nell’assumere compositori “sicuri” — quelli che con più probabilità forniranno qualcosa di familiare e gradito al mercato, e che con più probabilità piaceranno ai dirigenti degli studios.

    Prendere rischi creativi può essere difficile in un’industria così tesa e competitiva, ma senza creatività e rischio probabilmente non accadrebbe nulla di nuovo.
    Ma se compositori e autori di canzoni hanno la fortuna di incontrare registi avventurosi e di supporto, disposti a correre rischi creativi, i risultati possono essere davvero ispiratori. Il compositore Jerskin Fendrix ne ha beneficiato con la sua grande colonna sonora per Poor Things (2023). Gli è valsa una nomination all’Oscar®, ma probabilmente è accaduto solo grazie a Yorgos Lanthimos. Allo stesso modo, le audaci scelte musicali della candidata all’Oscar Mica Levi per She (2013) e Jackie (2016) conquistarono la fiducia dei registi avventurosi Jonathan Glazer e Pablo Larraín.

    C’è una lunga e gloriosa storia di compositori che collaborano con registi coraggiosi e di mentalità aperta. Compositori rinomati come Bernard Herrmann, Ennio Morricone e Lalo Schifrin vengono subito in mente. Tutti loro corsero regolarmente grandi rischi, resistendo alle scelte sicure e commercialmente previste. Fortunatamente furono sostenuti da registi e produttori coraggiosi e audaci. Molte delle musiche da film più famose al mondo furono considerate estremamente rischiose al momento della loro creazione. Quando Lalo Schifrin scrisse il tema iconico per Mission: Impossible nel 1966, i suoi ritmi irregolari in 5/4 con sapore jazz e modale non erano affatto tipici. Né lo erano le molte idee bizzarre di Morricone o le combinazioni strumentali inedite di Herrmann. Nulla di tutto ciò era considerato “normale” o “sicuro” quando fu presentato per la prima volta al pubblico. Fortunatamente, visione, coraggio e sostegno diedero i loro frutti.

    Consideriamo un altro esempio di chi ha corso rischi: il compositore Leonard Rosenman. Le colonne sonore che scrisse a metà del secolo scorso suonano ancora oggi radicali e progressiste — come East of Eden, Rebel Without a Cause e The Cobweb (tutte del 1955). I registi Elia Kazan, Nicholas Ray e Vincente Minnelli furono disposti a scommettere su questo nuovo arrivato. Rosenman introdusse tecniche sofisticate di serialismo a dodici toni in molte delle sue colonne sonore. Film dopo film, ignorò coraggiosamente e intelligentemente le convenzioni che altri compositori temevano di toccare. Un altro compositore audace ma poco celebrato di quell’epoca fu Jerry Fielding. Jerry fu sempre disposto ad andare controcorrente e a tentare cose che potevano sembrare quasi pericolose per gli ascoltatori contemporanei. Ci sono molti esempi di ciò, ma la sua colonna sonora per The Mechanic (1972, uscita su CD) merita davvero di essere ascoltata.

    La musica da film ha sempre combattuto con la questione del rischio contro la ricompensa. Le “temp music” (musiche temporanee) aiutano produttori e registi a gestire il rischio di provare nuove musiche nel film. Le temp tracks rassicurano: permettono ai registi di testare certe scelte musicali prima di impegnarsi in una colonna sonora definitiva. Come sappiamo, troppo spesso i registi si innamorano di questa musica temporanea. Così, quando un compositore crea una colonna sonora originale che somiglia troppo alla temp track, può sembrare che stia adottando una strategia “a basso rischio”. Eppure, paradossalmente, avvicinarsi troppo alla temp track può anche rappresentare una scelta “ad alto rischio”.
    Ma c’è un paradosso: evitare il rischio è, di per sé, rischioso. Giocare sul sicuro può condurre ad altri problemi — come svalutare o legittimare troppo la temp track, o scrivere un rifacimento troppo sicuro e noioso di una musica già esistente.
    Quindi rischio e ricompensa non sono mai garantiti o fissi. Ogni decisione presa da un compositore riguardo alla temp music può nascondere insidie in una direzione o nell’altra.

    Alcuni compositori hanno parlato di ridurre il rischio tramite la diversificazione (un termine preso in prestito dal mondo della finanza, dove la gestione del rischio è una specializzazione professionale). Ho sentito molti compositori innovativi, da Danny Elfman a Tom Newman, parlare dei vantaggi di presentare ai registi diverse opzioni musicali invece di proporne una sola alla volta. Offrendo una gamma diversificata di soluzioni, il compositore può introdurre nuove possibilità musicali che altrimenti non sarebbero emerse, ma che, una volta presentate, possono ispirare il regista ad essere più audace dopo aver ascoltato un ventaglio più ampio di scelte “sicure” e rischiose. Ciò dimostra che la via apparentemente più sicura può essere in realtà la meno efficace, mentre offrire un ventaglio più vasto di possibilità sonore può aprire la strada a direzioni più stimolanti.

    Una volta esposte più scelte sonore, molti registi tendono a orientarsi verso qualcosa di più eccitante. Questa nuova direzione rappresenta un’altra utile forma di assunzione di rischio. Nella finanza ad alto rischio (come nella musica), l’innovazione consiste nel prendere rischi informati e nel gestire più risultati possibili. L’impresa è rischio applicato con consapevolezza. “Nulla di avventurato, nulla di guadagnato” resta il cuore della parola “avventura”, che descrive perfettamente il processo di composizione. È anche un termine appropriato per il folle esercizio funambolico che è la musica da film.

    E a proposito di attività rischiose, nel 1983 uscì un film di grande successo intitolato Risky Business (Affari rischiosi). Quel film prese due rischi enormi. Il primo fu scegliere come protagonista un ragazzino sconosciuto per interpretare il ruolo principale in quella commedia liceale. Quel ragazzo si chiamava Tom Cruise. (Quest’anno, un Tom Cruise più maturo è protagonista nel grande successo Mission: Impossible – The Final Reckoning). Vale la pena notare che Mission: Impossible è diventato nel tempo un investimento sempre più “sicuro” — un franchise di successo con una star consolidata, un pubblico fedele e, non da ultimo, l’eredità del brillante tema musicale di Lalo Schifrin come garanzia di qualità.

    La seconda grande scommessa del film Risky Business riguardò la musica. Nel 1983, i produttori Jon Avnet e Steve Tisch assunsero un oscuro gruppo pop elettronico tedesco, i Tangerine Dream, per comporre la colonna sonora. Fu un’offerta rivoluzionaria e un momento memorabile nella storia della musica da film. Il produttore Jon Avnet mi raccontò che scegliere Tangerine Dream fu un’idea del regista esordiente Paul Brickman, e che lui e Brickman andarono nello studio della band a Spandau (allora Berlino Ovest) per lavorare direttamente con loro. Da allora, è diventato molto meno rischioso affidare a gruppi pop la scrittura di colonne sonore importanti per grandi film, come la musica candidata all’Oscar dei Son Lux (Everything Everywhere All at Once, 2022) o quella degli Arcade Fire (Her, 2013).
    E c’era anche la famosa colonna sonora dei Toto per Dune nel 1984, che continua ad avere un seguito entusiasta. Ma la colonna sonora innovativa e piena di sintetizzatori di Risky Business fece miracoli nel portare quel film a un successo straordinario.

    Nel mondo della musica da film, evitare completamente il rischio è impossibile. Raggiungere la sicurezza assoluta è ancora più impossibile. Le scelte che sembrano sicure possono finire in disastro, mentre quelle che appaiono rischiose possono rivelarsi le più sicure di tutte.
    Ogni compositore e autore di canzoni è costantemente esposto a opzioni pericolose a ogni passo del cammino. Chiunque crei musica o parole per mestiere lo sa: questo mestiere oscilla costantemente tra il blandamente innocuo e l’abbagliante pericoloso — può essere pericoloso come camminare su un filo sospeso.

    Quindi, brindiamo al rischio nella musica da film. Meglio fare un brindisi al vivere pericolosamente, che diventare “brindisi” per aver giocato troppo sul sicuro!

    © Charles Bernstein 2025
    www.charlesbernstein.com

  • NEWS - PRESS

    Invisible Art of Essential Beauty – Kees Hogenbirk Review

    I’m impressed by your initiative. It’s a mental process to compose, perform and publish music which serves to help coping with all the sorrows about the future of a society under threat. 

    The particular experience for a listener, on the other hand, is that this music is palpable. It hurt my ears when I played it in the night, right before going to sleep. The piano sounds out of tune, whereas the melodies are harmonious. This juxtaposition gives the impression of a prepared piano that was damaged by a bomb, instead of being prepared for concert use — with a painful effect on the compositions. It seems as if the notes can’t reach the right tone anymore. 

    The result is an album that is hard to listen to, but it also evokes thoughts and compassion. About such an effect in art, the first comparison that came to my mind is the film ‘Salò o le 120 Giornate di Sodoma’ (1975): to show how terrifying fascism really is, Pasolini made a film that it so terrible to watch that you don’t want to see it a second time. You can’t escape the images anymore. 

    This may sound like a strange reaction. However, I can’t hide that ‘The Invisible Art of Inessential Beauty’ made me feel shivery and uncomfortable. On the other hand, wars should never feel comfortable. 

    The art direction of the album is beautiful. That, too, is a contrast well thought of. 

  • NEWS - PRESS

    The Invisible Art of Inessential Beauty – review by Antonio Piñera García

    Listen or buy the album HERE

    ENGLISH

    The music being made nowadays doesn’t exactly invite much reflection or calm. The musical preferences of today’s listeners have declined considerably in quality in recent times, and I won’t mention any specific genre of the new musical wave, nor will I name any particular “artist,” but what is clear is that times have changed—and at least in music, though in other areas as well, things are not looking good.

    That is why it is truly refreshing that, amidst such artistic mediocrity, some albums emerge like a breath of fresh air in the musical landscape. One of the composers who strives to break away from convention, offering us something more interesting, is Kristian Sensini, a musician who usually works in film, but who with his recent work The Invisible Art of Inessential Beauty steps out of his comfort zone to present us with a narrative solo piano album. Here, Sensini immerses himself in the sensitive core of his being, since this is a record not inspired by images, but by the sensitivity of a musician who isolates himself in his studio with only his piano.

    Although Sensini is not a consummate pianist, through the eight compositions that make up this work he reveals an unusual sensitivity, where the minimalist sounds of his piano and a certain melancholy allow us, if only for a few moments, to soothe our restless and turbulent souls. And that, friends, in this day and age, already means a lot in an artist.

    All that remains is to recommend listening to it, so that audiences may enjoy the art of this Italian composer.

    ITALIANO

    La musica che si produce oggi non invita certo alla riflessione e alla calma. I gusti musicali dell’ascoltatore contemporaneo sono notevolmente decaduti in termini di qualità negli ultimi tempi, e non citerò né generi specifici della nuova ondata musicale né tanto meno qualche “artista” in particolare. Ciò che è evidente, però, è che i tempi sono cambiati, e almeno in ambito musicale – ma anche in altri campi – la situazione non appare rosea.

    Ecco perché è così prezioso che, in mezzo a tanta mediocrità artistica, emergano alcuni album che rappresentano una vera boccata d’aria fresca per il panorama musicale. Uno dei compositori che cerca di andare oltre le convenzioni, proponendo qualcosa di più interessante, è Kristian Sensini, musicista che lavora abitualmente per il cinema, ma che con il suo recente lavoro The Invisible Art of Inessential Beauty esce dalla sua zona di comfort per offrirci un racconto intimo e narrativo al pianoforte solo. In questo progetto Sensini si immerge nel lato più sensibile del proprio essere: non si tratta di un disco ispirato dalle immagini, ma dalla sensibilità di un musicista che si chiude nel suo studio, solo con il pianoforte.

    Pur non essendo un pianista consumato, Sensini riesce con le otto composizioni che compongono quest’opera a trasmettere un’insolita delicatezza, in cui i suoni minimalisti del pianoforte e una certa malinconia ci permettono, anche solo per qualche istante, di placare la nostra anima agitata e frenetica. E questo, amici, oggi è già moltissimo per un artista.

    Non mi resta che consigliarne l’ascolto, affinché gli ascoltatori possano godere dell’arte di questo compositore italiano.

  • NEWS - Uncategorized

    AI e Musica: la Minaccia Non è la Macchina, ma Chi la Nutre

    Nel corso degli ultimi anni ho scritto più volte sull’intelligenza artificiale applicata alla musica. Inizialmente, la mia posizione era piuttosto ottimista: pensavo che la creatività umana, nella sua complessità emotiva, culturale e personale, fosse un elemento difficilmente replicabile da una macchina. L’AI poteva forse affiancarci, supportarci in alcuni compiti tecnici o organizzativi, ma non sarebbe mai stata in grado di essere creativa nel senso più profondo del termine.

    Col passare del tempo, però, questa opinione è cambiata radicalmente.

    Non è cambiata tanto perché la macchina è diventata “più creativa”, ma perché mi sono reso conto che l’intelligenza artificiale si sta sviluppando e migliorando alimentandosi di opere creative umane, spesso protette da copyright, in modi tutt’altro che trasparenti. I modelli di AI generativa sono allenati su enormi quantità di dati — musica, testi, immagini — spesso raccolti senza il consenso esplicito degli autori o degli aventi diritto. Questo sposta il discorso: non è più solo questione di concorrenza tra esseri umani e macchine, ma di utilizzo indiscriminato e legalmente discutibile del nostro lavoro creativo per educare l’AI.

    Diverse piattaforme che molti di noi usano quotidianamente, come WeTransfer, SoundCloud, ma anche Spotify, Google Drive e altri servizi cloud, stanno aggiornando le loro politiche. In modo spesso poco chiaro e con linguaggio volutamente vago, si stanno riservando il diritto di utilizzare ciò che carichiamo per “migliorare i loro servizi” — che in molti casi significa contribuire ad addestrare l’intelligenza artificiale.

    In pratica: se vuoi usare il servizio, devi accettare che la tua musica, le tue idee, i tuoi demo vengano dati in pasto all’AI.

    E ora, un altro passo preoccupante: l’ingerenza politica.

    Un articolo pubblicato su Wired (link qui) mostra come negli Stati Uniti — una delle nazioni più influenti nel mondo tecnologico — si stia discutendo di eliminare il copyright o di ridurne drasticamente il potere per “non ostacolare il progresso dell’intelligenza artificiale”. In altre parole, ciò che fino a ieri veniva tutelato come diritto d’autore, oggi viene visto come un ostacolo tecnico da rimuovere.

    Nel video del canale Nebula/YouTube “How AI Will Destroy Copyright (and How We Save It)”, viene spiegato chiaramente quanto la questione sia sistemica: non è una deriva etica, è una strategia. Alcuni dei giganti tecnologici stanno spingendo per un mondo in cui tutto sia disponibile per il consumo delle AI — testi, immagini, musica — e in cui i creativi perdano qualsiasi controllo sulle proprie opere.

    Non è solo una nuova “innovazione tecnologica”

    Quello che non possiamo più permetterci di fare, oggi, è condividere quell’ottimismo – o, per alcuni, rassegnazione – che ha accompagnato ogni ondata tecnologica del passato. Molti colleghi, anche in buona fede, continuano a ripetere che “si tratta solo dell’ennesima evoluzione tecnologica. Abbiamo già affrontato i sintetizzatori, le drum machine, i campionatori, la produzione in home studio… e siamo sopravvissuti”.

    Ma questa volta è diverso. Perché stavolta non si tratta di uno strumento al servizio del musicista. Si tratta di una macchina che si nutre di milioni di opere senza compenso, senza trasparenza, senza consenso. E con l’appoggio di governi e multinazionali, rischia di distruggere le fondamenta stesse del nostro lavoro: il diritto d’autore, il riconoscimento dell’unicità, la sostenibilità della professione artistica.

    È vero: la storia della musica è costellata di svolte tecnologiche. L’organo a canne, l’organo Hammond, i sintetizzatori, i campionatori, le drum machine, i virtual instruments, le Digital Audio Workstation, la distribuzione digitale via MP3, lo streaming… Ogni innovazione ha portato con sé nuove opportunità, ma anche profonde crisi.

    Ogni volta, una figura professionale veniva spazzata via.
    L’orchestratore, il turnista, il fonico, il produttore discografico, l’etichetta indipendente, il distributore fisico.
    Ma in nome della “democratizzazione”, ci siamo convinti che la creatività diventasse più accessibile a tutti. In parte è vero. Ma oggi vediamo chiaramente le conseguenze drammatiche: un’industria musicale collassata, una qualità generale livellata verso il basso, e una percezione del valore artistico sempre più sfocata.

    E ora ci risiamo.

    Solo che questa volta, la tecnologia non ci sta offrendo uno strumento. Ci chiede di sacrificare una parte della nostra anima creativa, di consegnare il nostro lavoro a un’entità opaca, con la promessa che “tanto ne avremo dei vantaggi”.

    Ma la verità è che no, non ne avremo.

    Perché questa volta non stiamo “usando” l’AI. È l’AI che sta usando noi.

    Sta divorando il passato per costruirsi un futuro. Un futuro in cui l’artista non è più necessario. Basta il suo archivio, la sua discografia, i suoi esperimenti. Non occorre più che esista: basta che abbia prodotto abbastanza per alimentare la macchina.

    Da compositore e autore, oggi non temo più che l’AI scriva una sinfonia migliore della mia.
    Temo che l’AI scriva una sinfonia con la mia musica, senza il mio consenso, senza riconoscimento, senza compenso.
    Temo che ogni bozza, idea o sketch che carico online diventi cibo per un sistema che non mi riconoscerà mai come parte del processo creativo.
    Temo che questa corsa all’oro dell’AI si porterà via quello che resta della nostra dignità professionale.

    E non possiamo permettercelo.
    Dobbiamo prendere posizione, informare, chiedere trasparenza, pretendere diritti.
    Perché la tecnologia senza etica non è progresso: è solo un’altra forma di sfruttamento.