La Musica che Finanzia la Guerra: Perché Spotify è Diventato un Problema Etico

Per anni abbiamo discusso – spesso inascoltati – del paradosso che regola il sistema dello streaming musicale: artisti che ricevono pochi centesimi per migliaia di ascolti, mentre le piattaforme macinano profitti miliardari. Abbiamo cercato di spiegare che vendere un CD, una maglietta, perfino suonare in un piccolo locale, vale economicamente molto di più di diecimila stream su Spotify. Ma oggi la questione ha superato il piano economico, trasformandosi in un problema etico, culturale e politico.

La goccia che ha fatto traboccare il vaso? Le armi.

Nel 2021, Daniel Ek – fondatore e CEO di Spotify – ha investito centinaia di milioni nel colosso militare europeo Helsing, specializzato in tecnologie di difesa basate sull’intelligenza artificiale. Ma non si tratta di un semplice investimento passivo: Ek è diventato anche presidente del consiglio d’amministrazione della società. Helsing sviluppa tecnologie per la guerra automatizzata: droni autonomi, sistemi di riconoscimento e identificazione dei bersagli, software capaci di decidere chi colpire in una frazione di secondo.

Ed è proprio con i profitti generati dalla musica che ascoltiamo ogni giorno che Spotify contribuisce, indirettamente ma concretamente, a finanziare questo scenario distopico. Una parte dei soldi provenienti dagli abbonamenti premium, dalle pubblicità e dagli ascolti finisce nelle casse dell’azienda che Daniel Ek usa per costruire “armi intelligenti”. Così, la musica che dovrebbe consolare, unire, creare bellezza, viene trasformata in una risorsa strategica per la guerra.

Una protesta che parte dagli artisti

L’annuncio dell’investimento ha scatenato un’ondata di indignazione nel mondo musicale indipendente. Gruppi come Deerhoof hanno rimosso l’intero catalogo da Spotify dichiarando: “Non vogliamo che la nostra musica uccida delle persone. Non vogliamo avere nulla a che fare con la tecnologia bellica.”

Altri artisti hanno seguito l’esempio:

  • La cantautrice Leah Senior ha detto: “Appena ho letto della connessione tra Spotify e le armi AI, qualcosa dentro di me si è rotto. È stato un segnale chiarissimo: basta.”
  • Il gruppo post-punk Dr Sure’s Unusual Practice ha deciso di non pubblicare il nuovo album sulla piattaforma, sottolineando come “con il nostro lavoro, l’unica arma che abbiamo è la rinuncia”.
  • L’etichetta elettronica Kalahari Oyster Cult ha cancellato gran parte del proprio catalogo in segno di protesta contro una piattaforma che “sfrutta gli artisti e reinveste i profitti nella guerra”.

Anche l’associazione United Musicians and Allied Workers ha preso posizione, definendo Ek “un guerrafondaio che paga gli artisti salari da fame”.

Dal boicottaggio economico a una rivoluzione morale

Ciò che un tempo sembrava solo una battaglia per un’equa retribuzione, oggi diventa una questione di coscienza. Se prima si protestava per ricevere qualcosa in più, ora si protesta per non essere complici. Il denaro che Spotify guadagna dalla creatività degli artisti, oggi finanzia tecnologie pensate per uccidere più velocemente, con meno intervento umano, con più “efficienza”. Un incubo che si traveste da progresso.

Ma il problema non finisce qui. Sempre più prove indicano che Spotify stia anche promuovendo musica generata da intelligenze artificiali sotto falsi nomi d’artista, come Aventhis e The Velvet Sundown, accumulando milioni di stream. Il sospetto è che la piattaforma stia deliberatamente dando visibilità a contenuti sintetici, generati in-house o tramite accordi opachi, per ridurre i pagamenti agli artisti veri. Così, da una parte si sfrutta l’arte umana, dall’altra la si sostituisce.

E adesso tocca a noi, gli ascoltatori

Non è più sufficiente che gli artisti si facciano carico del boicottaggio. È necessario che anche noi, come utenti, ci assumiamo la responsabilità delle nostre scelte. Ogni stream, ogni abbonamento, ogni ascolto contribuisce a un sistema che ha smesso di essere solo ingiusto: è diventato immorale.

Ma la soluzione esiste. Possiamo scegliere di sostenere direttamente gli artisti. Possiamo migrare verso piattaforme etiche come Bandcamp o Resonate. Possiamo comprare la musica che amiamo, assistere ai concerti, tornare a un’esperienza reale e concreta. Possiamo far sì che la musica torni a essere comunità, relazione, esperienza vissuta.

Siamo a un passo da un Rinascimento musicale. Ma dobbiamo fare quel passo.

Se abbandonassimo Spotify oggi, non sarebbe una rinuncia: sarebbe un gesto di libertà, di dignità, di coscienza. Non lasciamo che la colonna sonora della nostra vita venga usata per progettare la prossima guerra.


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