For years, we’ve tolerated — or perhaps ignored — the paradox of the music streaming system: artists receiving fractions of a cent per thousands of plays, while platforms rake in billions. We’ve pointed out that selling a CD, a T-shirt, or even playing a small live gig is far more profitable than ten thousand streams on Spotify. But now the issue has moved beyond economics. It’s a cultural, political, and deeply ethical crisis.
The tipping point? Weapons.
In 2021, Spotify CEO Daniel Ek invested hundreds of millions of euros into Helsing, a European defense company specializing in AI-powered military technologies. But it wasn’t just a passive investment: Ek became chairman of the board. Helsing develops systems for automated warfare — drones, surveillance tools, targeting software — all designed to make killing faster, more “efficient,” and increasingly autonomous.
And it’s the money generated by the music we listen to every day that helps fund this dystopian reality. Every premium subscription, every ad, every stream contributes to the revenue Spotify produces — revenue now fueling the development of next-generation AI weaponry.
Artists are taking a stand
The backlash was swift. Indie band Deerhoof pulled their entire catalog from Spotify, declaring: “We don’t want our music killing people. We don’t want our success tied to AI battle tech.”
Other artists followed:
Folk singer Leah Senior said: “As soon as I saw the connection between Spotify and AI weapons, something snapped inside me. Enough.”
Melbourne band Dr Sure’s Unusual Practice refused to upload their latest album, stating: “Withholding our work — our labor — that’s the only tool we have.”
The Dutch electronic label Kalahari Oyster Cult removed most of its releases, denouncing a platform that “underpays artists and reinvests its profits into war.”
The United Musicians and Allied Workers (UMAW) union called Ek “a warmonger who pays artists poverty wages.”
This isn’t just about unfair pay anymore. It’s about not wanting your art to be a silent accomplice to violence. The money generated from creativity is being funneled into creating weapons. What was once an economic protest is now a moral one.
Spotify’s second AI problem
On top of the military controversy, Spotify is also under fire for reportedly promoting AI-generated music by “fake artists” like Aventhis and The Velvet Sundown — music that racks up millions of streams and appears on official playlists. Many suspect Spotify is using algorithmic music to reduce its royalty payouts to human artists, replacing them with non-human alternatives.
It paints a bleak picture: human creativity is being devalued, both by underpayment and by quiet replacement.
What can listeners do?
The power now lies with listeners. Every stream is a vote. Every subscription is a contribution. And now, those dollars, those listens, are helping build machines designed to kill.
But we have alternatives:
Cancel Spotify — It’s not a sacrifice. It’s a decision to disengage from an immoral system.
Support artists directly — Buy their music, go to shows, use platforms like Bandcamp or Resonate.
Talk about it — Share this issue with your friends and community.
We are closer than ever to an ethical Renaissance in music. We’re rediscovering the joy of live concerts, the intimacy of vinyl, the value of personal connection with music and musicians. We just need to take the next step.
Stop funding a system that betrays the very soul of music.
Per anni abbiamo discusso – spesso inascoltati – del paradosso che regola il sistema dello streaming musicale: artisti che ricevono pochi centesimi per migliaia di ascolti, mentre le piattaforme macinano profitti miliardari. Abbiamo cercato di spiegare che vendere un CD, una maglietta, perfino suonare in un piccolo locale, vale economicamente molto di più di diecimila stream su Spotify. Ma oggi la questione ha superato il piano economico, trasformandosi in un problema etico, culturale e politico.
La goccia che ha fatto traboccare il vaso? Le armi.
Nel 2021, Daniel Ek – fondatore e CEO di Spotify – ha investito centinaia di milioni nel colosso militare europeo Helsing, specializzato in tecnologie di difesa basate sull’intelligenza artificiale. Ma non si tratta di un semplice investimento passivo: Ek è diventato anche presidente del consiglio d’amministrazione della società. Helsing sviluppa tecnologie per la guerra automatizzata: droni autonomi, sistemi di riconoscimento e identificazione dei bersagli, software capaci di decidere chi colpire in una frazione di secondo.
Ed è proprio con i profitti generati dalla musica che ascoltiamo ogni giorno che Spotify contribuisce, indirettamente ma concretamente, a finanziare questo scenario distopico. Una parte dei soldi provenienti dagli abbonamenti premium, dalle pubblicità e dagli ascolti finisce nelle casse dell’azienda che Daniel Ek usa per costruire “armi intelligenti”. Così, la musica che dovrebbe consolare, unire, creare bellezza, viene trasformata in una risorsa strategica per la guerra.
Una protesta che parte dagli artisti
L’annuncio dell’investimento ha scatenato un’ondata di indignazione nel mondo musicale indipendente. Gruppi come Deerhoof hanno rimosso l’intero catalogo da Spotify dichiarando: “Non vogliamo che la nostra musica uccida delle persone. Non vogliamo avere nulla a che fare con la tecnologia bellica.”
Altri artisti hanno seguito l’esempio:
La cantautrice Leah Senior ha detto: “Appena ho letto della connessione tra Spotify e le armi AI, qualcosa dentro di me si è rotto. È stato un segnale chiarissimo: basta.”
Il gruppo post-punk Dr Sure’s Unusual Practice ha deciso di non pubblicare il nuovo album sulla piattaforma, sottolineando come “con il nostro lavoro, l’unica arma che abbiamo è la rinuncia”.
L’etichetta elettronica Kalahari Oyster Cult ha cancellato gran parte del proprio catalogo in segno di protesta contro una piattaforma che “sfrutta gli artisti e reinveste i profitti nella guerra”.
Anche l’associazione United Musicians and Allied Workers ha preso posizione, definendo Ek “un guerrafondaio che paga gli artisti salari da fame”.
Dal boicottaggio economico a una rivoluzione morale
Ciò che un tempo sembrava solo una battaglia per un’equa retribuzione, oggi diventa una questione di coscienza. Se prima si protestava per ricevere qualcosa in più, ora si protesta per non essere complici. Il denaro che Spotify guadagna dalla creatività degli artisti, oggi finanzia tecnologie pensate per uccidere più velocemente, con meno intervento umano, con più “efficienza”. Un incubo che si traveste da progresso.
Ma il problema non finisce qui. Sempre più prove indicano che Spotify stia anche promuovendo musica generata da intelligenze artificiali sotto falsi nomi d’artista, come Aventhis e The Velvet Sundown, accumulando milioni di stream. Il sospetto è che la piattaforma stia deliberatamente dando visibilità a contenuti sintetici, generati in-house o tramite accordi opachi, per ridurre i pagamenti agli artisti veri. Così, da una parte si sfrutta l’arte umana, dall’altra la si sostituisce.
E adesso tocca a noi, gli ascoltatori
Non è più sufficiente che gli artisti si facciano carico del boicottaggio. È necessario che anche noi, come utenti, ci assumiamo la responsabilità delle nostre scelte. Ogni stream, ogni abbonamento, ogni ascolto contribuisce a un sistema che ha smesso di essere solo ingiusto: è diventato immorale.
Ma la soluzione esiste. Possiamo scegliere di sostenere direttamente gli artisti. Possiamo migrare verso piattaforme etiche come Bandcamp o Resonate. Possiamo comprare la musica che amiamo, assistere ai concerti, tornare a un’esperienza reale e concreta. Possiamo far sì che la musica torni a essere comunità, relazione, esperienza vissuta.
Siamo a un passo da un Rinascimento musicale. Ma dobbiamo fare quel passo.
Se abbandonassimo Spotify oggi, non sarebbe una rinuncia: sarebbe un gesto di libertà, di dignità, di coscienza. Non lasciamo che la colonna sonora della nostra vita venga usata per progettare la prossima guerra.
Il compito principale di un compositore cinematografico è chiaro. Basta scrivere della buona musica — trasformare il silenzio vuoto in suoni drammatici che aiutino a raccontare una storia. Ma scrivere buona musica da sola non basta. I compositori devono fare molto di più.
Compore musica per film richiede spesso un insieme aggiuntivo di competenze che hanno poco a che fare con la musica, e molto a che fare con la vita. Imparare l’arte della composizione musicale e delle tecniche di scoring per film può coprire solo una parte del lavoro. Molte competenze sono sottili, personali, non musicali, che possono sembrare estranee al comporre, ma che sono raramente insegnate, raramente scritte nei libri, e non fanno parte del consueto curriculum universitario.
Allora, quali potrebbero essere alcune di queste misteriose “abilità extra-musicali”? Per iniziare, potremmo considerare la “sensibilità”.
Cosa significa davvero essere sensibili? Potrebbe includere nozioni come “essere aperti”, “consapevoli” e “ricettivi”. I compositori di film non hanno bisogno di essere “sintonizzati” su tutto ciò che li circonda. Ma “leggere la stanza” è una parte fondamentale di ciò che rende i compositori efficaci. Capire il contesto è davvero importante. Non cogliere ciò che sta comunicando il regista, o che il film stesso sta chiedendo, può essere un grande ostacolo in questa professione. I registi hanno tutte le loro idiosincrasie musicali, preferenze e aspettative. Potrebbero nemmeno essere consapevoli di questi indizi, che possono essere oscuri o comunicati indirettamente. Così, l’abilità del compositore nel percepire segnali sottili, cambiamenti di tono, direttive implicite o suggerimenti vaghi diventa cruciale. Questo richiede apertura, una prospettiva ricettiva, attenzione a tutte le possibilità, attitudine all’ascolto e sintonizzazione con il flusso di energia nella stanza o su Zoom. L’alternativa è essere “insensibili”, il che difficilmente porta a buoni risultati.
Facciamo un esempio. Un compositore insensibile che dice: “Se non riescono a notare il mio talento, è un problema loro” probabilmente non andrà lontano nel settore. Naturalmente, c’è un rischio nel farsi trascinare troppo: si potrebbe sembrare deboli o troppo arrendevoli. Nel mondo del cinema, è spesso necessario avere la pelle dura (una cosa che si impara con un po’ di pratica).
Ci sono altre qualità altrettanto importanti ma elusive che i compositori possono acquisire col tempo. L’empatia, per esempio. Questa può essere una forma più profonda e raffinata di sensibilità. L’empatia vale la pena di essere coltivata, perché è al centro di molte pratiche cinematografiche, specialmente recitazione, scrittura e regia. L’empatia è definita come l’esperienza dei sentimenti, pensieri e prospettive di un’altra persona. La famosa autrice e psichiatra Judith Orloff ha scritto molto su questo concetto. Orloff identifica persone con una forte capacità empatica come “empatici”. I compositori rientrano spesso in questa descrizione. Per le persone empatiche, è quasi impossibile non assorbire ciò che i personaggi vivono sullo schermo, o ciò che trasmette la musica al pubblico. Più profondamente ancora, i compositori assorbono la tensione emotiva nella stanza stessa. Come Orloff sottolinea, spesso non è facile separarsi da tutto questo. Non è semplice interiorizzare ed esprimere le emozioni profonde altrui. Essere un compositore musicale a volte può sembrare come nuotare nel fuoco emotivo degli altri, e questo può avere un prezzo. È sicuramente vero per i compositori che lavorano su drammi cupi, thriller e film dell’orrore. Il trucco per i compositori può essere quello di interiorizzare completamente le emozioni che si sentono — esprimerle musicalmente — e poi lasciarle andare. Non è un’abilità facile da padroneggiare, ma ne vale la pena.
Per alleggerire il peso e mantenersi sani, potremmo pensare alla composizione come a un duro allenamento in palestra, o a una lunga escursione, o forse anche come a giocare con il cane. (Ci sono compositori amanti dei cani là fuori? 😉 )
Ci sono poi altre abilità non musicali che i compositori sviluppano nel tempo, e che risultano indispensabili al successo. I compositori spesso devono lavorare come parte di un team creativo. In un mondo perfetto, un team cinematografico funzionerebbe come un’orchestra: tutti sulla stessa pagina, efficienti e armoniosi. Questa fantasia potrebbe certamente aiutare non solo il lavoro del compositore, ma anche quello di registi, produttori, sceneggiatori, dirigenti di studio, e così via. Tutti noi siamo esseri umani sensibili, spesso con forti opinioni e desideri. Come anche gli editori, supervisori musicali, dirigenti marketing e PR. Gusti e sensibilità molto diverse. E il compositore può facilmente sentirsi improvvisamente trascinato in un flusso disfunzionale. Tutti noi ci siamo passati: tempo sprecato solo per cercare di capire chi voleva cosa (e chi stava davvero prendendo le decisioni). In tali situazioni, non sorprende che le persone con abilità sociali straordinarie siano quelle che riescono ad avere successo — ed è qui che le competenze non musicali diventano molto utili: quelle di un diplomatico, psicoterapeuta o maestro zen.
In altre parole, le menti più brillanti del settore possono includere anche un chiaroveggente, un mediatore, un consigliere, o un sensitivo ben addestrato. Nessuna di queste abilità si insegna facilmente. È più difficile di quanto sembri gestire le forti personalità che dominano il settore, ma spesso c’è un modo per uscirne. La pazienza e la grazia sono essenziali quanto le abilità di orchestrazione. Una volta acquisite, queste competenze non musicali possono davvero salvare la giornata, e il compositore può trovarsi ad alternare ruoli che non sono nemmeno stati descritti, e che forse non hanno neppure un nome.
Negli ultimi anni, l’industria cinematografica statunitense ha assistito a una progressiva riduzione dei finanziamenti pubblici destinati alla produzione cinematografica. Questa tendenza ha spinto molti registi e produttori americani a rivolgersi sempre più frequentemente alle coproduzioni europee, attratti non solo dalle opportunità finanziarie, ma anche dalla maggiore libertà artistica e da un ambiente cinematografico percepito come più orientato all’arte e meno all’industria.
In Europa, il finanziamento pubblico diretto rappresenta una componente significativa del budget per la produzione cinematografica. Secondo un rapporto dell’European Audiovisual Observatory, nel 2022 il finanziamento pubblico ha coperto il 27% del totale dei costi per i film europei, seguito dagli incentivi alla produzione (20%) e dagli investimenti dei broadcaster (18%). Questa struttura di finanziamento rende l’Europa un partner attraente per le coproduzioni, offrendo un supporto economico stabile e un contesto che valorizza l’espressione artistica.
Oltre ai finanziamenti diretti, un altro aspetto che rende le coproduzioni europee particolarmente appetibili per i produttori stranieri sono i tax credits e gli sgravi fiscali offerti da molti paesi europei. Sistemi come il Tax Credit italiano o i meccanismi di incentivo in Francia e Germania garantiscono un ritorno economico significativo per le produzioni che scelgono di girare e investire in Europa. Questo aspetto finanziario, unito alla libertà creativa, ed ai costi di produzione generalmente più bassi, spiega perché sempre più produzioni americane stanno cercando di spostare le loro operazioni nel mercato europeo.
Per i compositori italiani, questa crescente inclinazione verso le coproduzioni europee rappresenta un’opportunità unica per riaffermarsi sul panorama internazionale. Tuttavia, attualmente, la loro presenza nelle produzioni europee è ancora limitata. Un’indagine ha rilevato che il 43% dei compositori italiani non ha mai lavorato a progetti europei al di fuori dell’Italia, evidenziando le difficoltà nell’accedere a tali opportunità.
Un aspetto fondamentale da considerare è che, se i compositori italiani ottengono più incarichi nelle produzioni europee, ne beneficia l’intera filiera musicale e audiovisiva del paese. Studi di registrazione, orchestre, tecnici del suono e altri professionisti del settore vedrebbero aumentare la domanda per i loro servizi, con un impatto positivo sull’industria musicale italiana nel suo complesso. Ricordiamo inoltre che i finanziamenti europei destinati alle produzioni devono essere spesi in Europa: questo significa che, se i compositori italiani vengono coinvolti in queste produzioni, è molto più probabile che le registrazioni vengano effettuate in Italia, contribuendo all’economia locale.
Un obiettivo strategico dovrebbe quindi essere quello di incentivare i produttori italiani a partecipare più attivamente alle coproduzioni europee e a imporsi nella scelta dei compositori. Per farlo, si possono intraprendere diverse azioni:
Promozione istituzionale: Le istituzioni culturali italiane, come il Ministero della Cultura e la SIAE, dovrebbero sviluppare iniziative mirate a promuovere i compositori italiani all’estero. Questo potrebbe includere l’organizzazione di workshop, la partecipazione a festival internazionali e la creazione di programmi di mentorship con professionisti del settore.
Sviluppo delle competenze: È fondamentale che i compositori italiani investano nella propria formazione, migliorando le competenze linguistiche, le abilità di marketing personale e la capacità di operare in contesti internazionali. Collaborare con registi emergenti stranieri può rappresentare un primo passo significativo in questa direzione.
Riforma delle coproduzioni: Sarebbe utile rivedere le regole delle coproduzioni europee per garantire una maggiore equità nella selezione dei compositori, favorendo la mobilità dei talenti tra i vari paesi e assicurando che le competenze italiane siano adeguatamente valorizzate.
Utilizzo delle piattaforme digitali: Internet offre la possibilità di collaborare a progetti internazionali anche a distanza. I compositori italiani dovrebbero sfruttare le piattaforme online per promuovere il proprio lavoro e stabilire connessioni con registi e produttori stranieri, ampliando così le proprie opportunità professionali.
Implementando queste strategie, i compositori italiani potranno aumentare la loro visibilità e partecipazione nelle produzioni cinematografiche europee, contribuendo a rafforzare la presenza italiana nel panorama cinematografico internazionale e generando benefici per tutta la filiera musicale e audiovisiva del paese.
La crescita delle coproduzioni europee potrebbe non tradursi automaticamente in un aumento dei budget destinati ai compositori e alle registrazioni delle colonne sonore. Un’indagine recente ha rivelato che molti compositori italiani lavorano su intere colonne sonore per compensi inferiori ai 10.000 euro a progetto, una cifra ben al di sotto degli standard internazionali. Il rischio concreto è che, anche se le coproduzioni attirano lavoro in Italia, i compensi rimangano bassi, con l’unico vantaggio per i compositori rappresentato dalla maggiore visibilità.
Questo scenario solleva un problema strutturale: se le produzioni europee continueranno a considerare la musica come una voce di spesa sacrificabile, i compositori italiani potrebbero finire per ottenere solo un ampliamento della loro rete di contatti, senza un miglioramento delle condizioni economiche. Tuttavia, lavorare su coproduzioni internazionali potrebbe almeno garantire loro una maggiore esposizione oltre i confini nazionali, aumentando le possibilità di essere coinvolti in progetti più prestigiosi in futuro.
Per invertire questa tendenza, sarebbe necessario un cambio di mentalità nelle politiche di finanziamento e nelle pratiche contrattuali, magari con linee guida che garantiscano budget adeguati per la colonna sonora nei progetti di coproduzione. Una soluzione naturale sarebbe una legislazione diffusa che riservi alle musiche originali (non al licensing di musiche di repertorio) una percentuale precisa del budget totale della produzione del film. In questo modo, si assicurerebbe un riconoscimento economico più equo per i compositori, garantendo che la musica, elemento fondamentale dell’esperienza cinematografica, riceva l’attenzione e le risorse che merita.
Il ruolo del compositore di musica per film ha subito profonde trasformazioni negli ultimi anni, a seguito delle evoluzioni tecnologiche, delle nuove modalità di produzione audiovisiva e delle mutate esigenze dell’industria cinematografica. Per comprendere meglio la realtà attuale di questa professione in Italia, il mese scorso ho realizzato un sondaggio, sotto forma di questionario a risposta multipla, con l’obiettivo di indagare lo stato del mestiere di compositore di musica per il cinema e la televisione.
Le domande sono state rivolte a un gruppo specifico di compositori, tutti professionisti che lavorano regolarmente per il cinema e la TV, selezionati all’interno dell’ACMF (Associazione Compositori Musica per Film).
Cos’è l’ACMF?
L’ACMF (Associazione Compositori Musica per Film) è un’organizzazione che riunisce compositori italiani attivi nel mondo del cinema, della televisione e delle produzioni audiovisive in generale. Fondata con l’intento di promuovere e tutelare la figura del compositore nell’industria audiovisiva, l’ACMF si impegna a valorizzare il ruolo della musica all’interno della narrazione cinematografica, offrendo supporto e creando occasioni di confronto tra i professionisti del settore. L’associazione si occupa anche di sensibilizzare il pubblico e le istituzioni sull’importanza della musica nel linguaggio audiovisivo e di favorire la crescita professionale dei suoi membri attraverso iniziative culturali e formative.
Obiettivo del sondaggio
L’indagine mira a raccogliere dati significativi sulle condizioni di lavoro, sulle sfide e sulle opportunità che caratterizzano il mestiere del compositore per il cinema e la TV in Italia. In particolare, il questionario esplora aspetti quali il rapporto con i registi e i produttori, le dinamiche contrattuali, l’impatto delle nuove tecnologie e il ruolo delle piattaforme digitali nella distribuzione della musica per film.
Attraverso i risultati di questo sondaggio, cercheremo di delineare un quadro più chiaro e aggiornato della situazione, offrendo spunti di riflessione e proposte per il miglioramento delle condizioni professionali dei compositori italiani.
“Quando hai composto la colonna sonora per il tuo ultimo film?”
Dai risultati emerge che circa il 74% dei compositori intervistati ha lavorato su un film negli ultimi 12 mesi, indicando un’attività professionale costante. Il 17% ha dichiarato di aver composto l’ultima colonna sonora tra uno e tre anni fa, mentre una percentuale più ridotta ha lavorato oltre tre anni fa.
Un dato significativo è che circa il 6% degli intervistati ha riferito di non aver composto una colonna sonora per un film da più di cinque anni, un numero che, pur essendo minoritario, merita attenzione.
È importante sottolineare che questi dati riguardano esclusivamente professionisti del settore, non appassionati o amatori. La maggioranza, ovvero tre quarti degli intervistati, dimostra che il lavoro c’è e che l’attività dei compositori per film è tuttora presente. Tuttavia, prima di trarre conclusioni definitive, è necessario analizzare l’intero quadro emerso dal sondaggio
2. Qual è stato il compenso medio per la tua ultima colonna sonora (premio partitura) ?
La seconda domanda del sondaggio riguardava il compenso medio ricevuto dai compositori per la loro ultima colonna sonora. In particolare, si chiedeva quale fosse il “premio partitura”, ovvero il compenso corrisposto esclusivamente per la scrittura della colonna sonora, escludendo diritti d’autore e altri eventuali introiti accessori.
Dai dati raccolti emerge una realtà frammentata, con compensi distribuiti in diverse fasce:
Circa un terzo dei compositori ha dichiarato di aver ricevuto meno di 5.000 euro per la propria ultima colonna sonora.
Un altro terzo ha indicato un compenso tra 5.000 e 10.000 euro.
Il 22% dichiara un compenso tra i 10.000 e 20.000 euro
Solo una piccola percentuale ha riferito di aver percepito oltre 25.000 euro per il proprio lavoro.
Questi numeri mettono in evidenza un aspetto significativo: sebbene il lavoro per i compositori ci sia, spesso si tratta di progetti a basso budget. Infatti, considerando che circa due terzi dei rispondenti ha ricevuto un compenso massimo di 10.000 euro, emerge la difficoltà di sostenersi economicamente esclusivamente con questa attività, soprattutto se si lavora a un solo film all’anno.
È importante sottolineare che i film in questione non sono cortometraggi o produzioni studentesche, ma lungometraggi effettivamente distribuiti in sala o su piattaforme. Questo dato evidenzia una caratteristica tipica del mercato italiano, dove i compositori si trovano spesso a lavorare con budget ridotti anche su produzioni di rilievo.
Infine, sebbene esista una minoranza di compositori che ha percepito compensi più elevati (oltre 25.000 euro), questa rappresenta una percentuale davvero esigua. Un dato che conferma la necessità di una riflessione più ampia sulle condizioni economiche della professione e sulla sostenibilità del mestiere di compositore di musica per film in Italia.
3. Quante colonne sonore hai composto negli ultimi cinque anni?
La terza domanda del sondaggio mirava a comprendere la frequenza con cui i compositori hanno lavorato a nuove colonne sonore negli ultimi cinque anni.
Dai dati raccolti emerge che circa la metà degli intervistati ha lavorato a cinque o più colonne sonore, confermando così una media di circa una colonna sonora all’anno. Questo dato appare coerente con quelli delle domande precedenti, suggerendo che una parte significativa dei compositori riesce a mantenere una certa continuità lavorativa.
Tuttavia, non tutti riescono a lavorare con regolarità. Una parte degli intervistati ha dichiarato di non aver composto alcuna colonna sonora negli ultimi cinque anni, evidenziando quindi l’esistenza di una fascia di professionisti che, pur essendo attivi nel settore, non ha avuto opportunità recenti di lavorare su un progetto cinematografico o televisivo.
Analizzando le altre fasce di risposta:
11% ha lavorato a due colonne sonore;
15% ha lavorato a tre colonne sonore;
11% ha lavorato a quattro colonne sonore.
Questi numeri confermano che non tutti i compositori riescono a lavorare con continuità ogni anno, ma che esiste comunque una parte significativa che mantiene un’attività regolare. Il dato più rilevante rimane il fatto che la metà dei compositori intervistati ha composto almeno una colonna sonora all’anno negli ultimi cinque anni, dimostrando che, nonostante le difficoltà del settore, il lavoro per alcuni professionisti continua ad esserci.
4. Quando hai lavorato per l’ultima volta a un film italiano uscito in sala?
Questa domanda del sondaggio ha permesso di analizzare la proporzione tra i compositori che hanno lavorato a film destinati alla sala cinematografica rispetto a quelli destinati, presumibilmente, allo streaming o ad altre forme di distribuzione.
Dai dati raccolti emerge che:
38% degli intervistati ha lavorato a un film uscito in sala negli ultimi 12 mesi;
27% ha lavorato a un film uscito tra uno e tre anni fa;
11% ha lavorato a un film uscito tra tre e cinque anni fa;
23% ha dichiarato di non aver lavorato a un film destinato al cinema da più di cinque anni.
Il dato del 23% rappresenta una percentuale significativa di compositori che hanno visto la loro ultima esperienza con un film destinato alla sala cinematografica oltre cinque anni fa. Questo suggerisce che sempre meno compositori hanno l’opportunità di lavorare su film che vengono distribuiti nei cinema, mentre si evidenzia una crescente predominanza di lavori destinati alle piattaforme di streaming.
Il mercato cinematografico è cambiato profondamente negli ultimi anni, con una distribuzione sempre più orientata allo streaming piuttosto che alla sala cinematografica. Questo cambiamento potrebbe essere una delle cause della diminuzione dei compensi per i compositori, poiché le produzioni per piattaforme streaming spesso riservano budget più contenuti alla colonna sonora rispetto ai film destinati alla distribuzione cinematografica.
Un altro aspetto da considerare è il crescente interesse verso il linguaggio seriale, che sta acquisendo sempre più rilevanza rispetto a quello cinematografico tradizionale. Questo potrebbe rappresentare una nuova opportunità per i compositori, ma allo stesso tempo pone delle sfide economiche e creative differenti.
Questi dati ci offrono una visione chiara della trasformazione dell’industria audiovisiva e del suo impatto sul lavoro dei compositori. Ognuno può trarre le proprie conclusioni, ma appare evidente che la centralità della sala cinematografica sta progressivamente diminuendo, mentre il mondo dello streaming diventa sempre più dominante.
5. Qual è stato il tuo ultimo progetto europeo (esclusi film italiani)?
Escludendo i film italiani, questa domanda mirava a comprendere il rapporto dei compositori italiani con il mercato europeo. Non solo dal punto di vista lavorativo, ma anche in termini di riconoscimenti, pubbliche relazioni e altre opportunità professionali.
Ho chiesto: “Hai lavorato a film europei negli ultimi anni?”
Dai dati raccolti emerge che:
43% degli intervistati ha risposto di non aver mai lavorato a un progetto europeo al di fuori dell’Italia.
21% ha lavorato a un film europeo negli ultimi 12 mesi.
il 18% tra uno e tre anni
17% ha collaborato a un film europeo tra tre e cinque anni fa.
Se sommiamo coloro che hanno lavorato a un film europeo negli ultimi 12 mesi e negli ultimi tre anni, otteniamo circa il 31%, una percentuale decisamente inferiore alla metà del totale. Questo dato sottolinea la difficoltà per i compositori italiani nel trovare opportunità di lavoro all’estero, anche in Europa.
Questo argomento l’ho già affrontato in un altro contesto, ma vale la pena riprenderlo. I compositori italiani hanno oggettive difficoltà a entrare nel mercato europeo, e non mi riferisco a Hollywood o Bollywood, ma a produzioni di paesi vicini come Francia, Germania e Spagna. Questo avviene perché molte produzioni europee tutelano i propri talenti nazionali con agevolazioni economiche e sgravi fiscali. Ad esempio, una produzione francese che ingaggia un compositore francese può ottenere incentivi statali, cosa che rende più difficile per un italiano essere scelto.
Anche nelle coproduzioni tra Italia e altri paesi europei, spesso il compositore viene scelto dall’altra nazione coinvolta. Nonostante il progetto sia in parte italiano, la produzione straniera tende a imporre un proprio compositore. Questo è un fenomeno ricorrente che sto studiando, anche se non ho ancora dati scientifici precisi alla mano. Se qualcuno ha esperienze dirette o informazioni su questo meccanismo, mi contatti: sarebbe interessante approfondire.
Basta osservare i dati sulle coproduzioni per notare che raramente viene scelto un compositore italiano. Al contrario, in Italia è abbastanza comune affidare colonne sonore a professionisti stranieri, una pratica positiva per lo scambio di idee e creatività. Sarebbe altrettanto giusto che anche i compositori italiani potessero lavorare per film francesi, spagnoli, tedeschi e di altri paesi.
Il talento deve poter circolare liberamente e non rimanere confinato entro i limiti di una singola nazione. Questo dato è molto significativo e merita di essere approfondito ulteriormente.
6. Hai mai lavorato a un progetto fuori dall’Europa?
Questa domanda mira a esplorare la presenza dei compositori italiani nei mercati cinematografici extraeuropei, analizzando il loro coinvolgimento in produzioni statunitensi, cinesi, indiane o di altri territori internazionali.
Dai dati raccolti emerge che:
36% dei compositori intervistati ha risposto no, mai, indicando di non aver mai avuto esperienze lavorative al di fuori dell’Europa.
22% ha dichiarato di aver lavorato a un progetto extraeuropeo tra uno e cinque anni fa.
18% ha risposto di aver avuto un’esperienza simile più di cinque anni fa.
23% ha risposto si nel corso dell’ultimo anno
Questi numeri confermano una tendenza già evidenziata nelle risposte alle domande precedenti: i compositori italiani hanno una presenza molto limitata nei mercati internazionali al di fuori dell’Europa. Se il rapporto con i paesi vicini appare già complesso, con forti limitazioni dovute a protezionismi nazionali e incentivi economici per talenti locali, il quadro si fa ancora più difficile quando si analizzano i mercati extraeuropei.
L’industria cinematografica statunitense, ad esempio, è notoriamente chiusa e altamente competitiva, con un sistema che favorisce compositori già inseriti nel mercato. Il basso numero di compositori italiani che hanno lavorato su progetti di questi mercati suggerisce che le opportunità sono poche e spesso difficili da cogliere.
Se si considera che meno della metà degli intervistati ha avuto esperienze lavorative extraeuropee, e che queste esperienze sono spesso sporadiche e datate, emerge un dato significativo: il compositore italiano fatica a esportare il proprio talento oltre i confini nazionali ed europei. Questa situazione potrebbe derivare da una combinazione di fattori, tra cui la mancanza di network internazionali, barriere linguistiche, una minore presenza italiana nei grandi circuiti produttivi e una scarsa cultura dell’internazionalizzazione del settore musicale per il cinema.
Questa domanda porta a riflettere su quanto sia necessario sviluppare strategie per favorire una maggiore apertura al mercato globale, creando opportunità di scambio, collaborazioni e promozione per i compositori italiani all’estero. Il talento non manca, ma occorre costruire le giuste occasioni per valorizzarlo su scala internazionale.
7. Come hai trovato i tuoi ultimi tre ingaggi?
Questa è una domanda fondamentale, soprattutto per i giovani compositori che cercano di entrare nel mondo del cinema e spesso si chiedono come contattare registi e case di produzione, o come ottenere la loro prima opportunità professionale.
Dai dati raccolti emerge che:
79% (quasi 80%) degli intervistati ha ottenuto il proprio ingaggio tramite un contatto personale. Questo può significare aver lavorato in passato con il regista, il produttore o un altro membro della produzione, oppure essere stato presentato da un conoscente o un amico nel settore.
17% ha dichiarato di aver trovato uno dei suoi ultimi tre lavori collaborando con un regista emergente, spesso al suo primo film. Questo tipo di collaborazione, se fruttuosa, può evolversi in un rapporto professionale stabile e duraturo.
Una percentuale minima (circa 3%) ha ottenuto incarichi tramite agenti o rappresentanti, a conferma del fatto che in Italia l’agente non è una figura centrale nella ricerca di nuovi ingaggi, bensì più utile nella gestione dei contratti e nelle trattative.
Quasi nessuno ha trovato lavoro partecipando a un concorso o a una gara.
Questi dati dimostrano che nel mondo del cinema le pubbliche relazioni giocano un ruolo chiave. Non si tratta di raccomandazioni, ma di costruire relazioni professionali e inserirsi attivamente nell’ambiente cinematografico. Avere contatti all’interno del settore aumenta le probabilità di essere coinvolti in progetti futuri, mentre rimanere confinati nel solo ambiente musicale riduce drasticamente le possibilità di lavorare nel cinema.
Un consiglio per chi vuole entrare in questo mondo è frequentare festival, eventi di settore e ambienti cinematografici, costruire connessioni con registi e produttori, e considerarsi non solo musicisti, ma veri e propri professionisti del cinema con una competenza specifica nella musica.
In sintesi, il successo nel settore non dipende esclusivamente dal talento musicale, ma anche dalla capacità di essere presenti nel mondo del cinema, stringere relazioni e cogliere le opportunità che ne derivano.
8. Hai un’agenzia o un agente che ti rappresenta?
Questa domanda è strettamente collegata alla precedente, poiché approfondisce il ruolo dell’agente nella carriera di un compositore e la sua effettiva utilità nel mercato italiano.
Dai dati raccolti emerge che:
47% degli intervistati ha dichiarato di non avere mai avuto un agente e di aver sempre lavorato senza.
17,5% ha risposto di aver collaborato con un agente, ma solo per alcuni progetti, senza un’esclusiva.
28% ha detto di non avere mai lavorato con un agente, ma di essere alla ricerca di uno.
Quasi l’8% afferma di lavorare sempre ed esclusivamente con un agente.
Questi numeri confermano che avere un agente non è un requisito indispensabile per lavorare nel settore della musica per il cinema. Anzi, in alcuni casi, si può lavorare più facilmente senza, evitando eventuali limitazioni imposte da un contratto di esclusiva con un’agenzia.
Il ruolo dell’agente, infatti, non è tanto quello di trovare nuovi ingaggi, quanto piuttosto quello di negoziare i contratti, tutelare il compositore e garantirgli condizioni di lavoro adeguate. In Italia, però, questa figura non è sempre centrale, e molti compositori riescono a ottenere incarichi e sviluppare la propria carriera basandosi su relazioni personali e networking.
Il consiglio? Se un agente lavora bene e garantisce opportunità concrete, è un valido alleato. Se invece limita le possibilità o non porta risultati, si può tranquillamente lavorare senza. La chiave del successo rimane la capacità di costruire relazioni professionali dirette con registi e produttori, come dimostrato dalla settima domanda.
9. Qual è stata la media annuale degli incassi ricevuti per i diritti d’autore e diritti connessi negli ultimi anni?
Questa domanda è particolarmente rilevante per gli aspiranti compositori, in quanto evidenzia che il guadagno derivante da una colonna sonora non si limita solo al compenso iniziale per la composizione della musica. Infatti, esistono diverse fonti di reddito secondarie, come i diritti d’autore e i diritti connessi.
Oltre al diritto d’autore, gestito da enti come la SIAE o altre associazioni, vi sono anche le royalties derivanti da diverse fonti, tra cui:
Diritti connessi (ad esempio Nuovo IMAIE)
Royalties derivanti dalla vendita di supporti fisici, come CD o vinili;
Streaming digitale e altre piattaforme online.
Dai dati raccolti emerge una grande variabilità nei guadagni:
30% degli intervistati dichiara di percepire meno di 1.000 € all’anno;
7% ha un introito compreso tra 8.000 e 10.000 €;
10% ha un introito compreso tra 4.000 e 7.000 €;
11% ha un introito compreso tra 2.000 e 3.000 €;
9,6% ha un introito oltre i 20.000 €;
16,3% ha un introito oltre i 10.000 €;
14,6% riceve oltre 50.000 € all’anno, una cifra significativa che dimostra come alcuni compositori abbiano costruito un catalogo di opere capaci di generare reddito costante.
Questi numeri mostrano che la carriera del compositore non si esaurisce con il pagamento per la scrittura di una partitura, ma può essere sostenuta da flussi di reddito derivanti dalle royalties e dai diritti d’autore. Un elemento chiave è la longevità delle opere: colonne sonore particolarmente apprezzate possono essere continuamente riproposte, licenziate per altri utilizzi o rimanere in circolazione generando introiti per anni.
Inoltre, alcuni compositori potrebbero trarre guadagno anche da brani scritti per altri scopi, come sigle televisive o canzoni di successo, che vengono eseguite e trasmesse regolarmente. In sintesi, il reddito derivante dai diritti d’autore può variare enormemente in base alla tipologia di opere composte, alla loro diffusione e all’ampiezza del proprio catalogo musicale.
10. Quali sono le maggiori difficoltà nel trovare nuovi lavori?
Questo riguarda anche i giovani, gli aspiranti compositori.
Le risposte che emergono provengono principalmente da professionisti del settore. La percentuale maggiore, il 35%, afferma che i budget per le colonne sonore sono sempre più bassi.
Effettivamente, è vero: i budget per le colonne sonore sono sempre più ridotti, soprattutto in Italia e, in generale, in Europa. Sarebbe interessante fare lo stesso tipo di sondaggio anche tra i montatori, ad esempio, chiedendosi quanto guadagna un montatore rispetto a un compositore. Probabilmente, un montatore guadagna più di un compositore, a occhio.
In generale, però, i budget per le colonne sonore sono decisamente più alti all’estero, negli Stati Uniti, per esempio. Il budget per un film medio in Italia può essere la cifra con cui si finanzia a malapena un progetto indipendente negli Stati Uniti, dove non c’è uno studio alle spalle. Nei grandi studi cinematografici, i budget per la colonna sonora sono generalmente una percentuale fissa, che si aggira intorno al 3% o 2% del budget complessivo del film.
In Italia, credo che si spenda di più per licenziare canzoni già esistenti da utilizzare nel film che per registrare colonne sonore originali. Questo è qualcosa che andrebbe corretto. Molti di questi budget destinati alla colonna sonora vengono spesi per licenziare brani già esistenti, e mi è capitato di sentire un regista che si vantava di quanto gli fosse costato ottenere una canzone di Hendrix. Se si guarda poi quanto è costato registrare la musica originale per la colonna sonora, la cifra è una frazione minima di quella spesa per licenziare solo 30 secondi di quella canzone. In alcuni casi, una canzone ha un valore narrativo o addirittura sceneggiato, ma spesso non è necessario. È solo un vezzo che il regista o il produttore vogliono concedersi. “Nel mio film c’è la canzone dei Depeche Mode” o di chiunque altro. I registi sono pronti a pagare molto volentieri per questo, ma molto meno per il lavoro del compositore.
I budget sono sempre più bassi per le colonne sonore e, come abbiamo visto, con 10.000 euro, e a volte anche meno, si riesce a realizzare la colonna sonora di un film. Questo, inevitabilmente, può influire sulla qualità, perché con 5.000 euro si fanno alcune cose, con 10.000 se ne possono fare altre.
A volte ti dicono: “Ti do 10.000 euro, ma la registrazione te la devi organizzare tu.” Quindi, cosa fai? O registri tutto al pianoforte o con i sintetizzatori, che, peraltro, possono anche dare ottimi risultati. A volte però, ti capita di usare strumenti virtuali, o pagare di tasca tua dei musicisti che vengono in studio a registrare piccole parti.
La competizione con i compositori affermati è un’altra difficoltà 11,5%. Ci sono compositori che riescono a fare diversi film o serie all’anno, perché hanno già rapporti consolidati con i registi. Questo non è un gioco di giustizia, ma è il mercato che risponde alle esigenze del settore. Se un regista conosce un compositore e si fida di lui, è ovvio che quel compositore lavorerà di più. La realtà è che spesso si parla sempre degli stessi compositori, quelli che lavorano molto perché sono conosciuti e affermati. Questo è un dato di fatto, quindi prendiamolo così. Un altro 31%, che è una percentuale significativa, indica la mancanza di contatti come una delle difficoltà maggiori. Non conoscere nessuno significa non riuscire a trovare nuovi lavori.
Il 22% lamenta difficoltà nel promuoversi efficacemente.
Come abbiamo visto, il contatto personale è spesso la chiave. Se si vuole lavorare di più, bisogna espandere la propria rete di contatti. Però, come si fa? Bisogna essere perseveranti, tentare in ogni modo possibile, e soprattutto, bisogna essere molto fortunati. Nel nostro mestiere, essere bravi è importante, ma non fondamentale. Molti lavori che abbiamo fatto non sono stati scelti per la nostra bravura, ma perché abbiamo avuto la fortuna di incontrare la persona giusta al momento giusto, che apprezzava la musica che stavamo facendo. Questo è spesso il segreto del successo. Io, per esempio, posso dire che le cose più importanti che ho fatto nella mia vita sono state per pura fortuna. Ho avuto la fortuna di incontrare quel regista, di riuscire a contattarlo al momento giusto. Questo, purtroppo, è qualcosa che non si può prevedere, ed è questo che vorrei dire soprattutto agli aspiranti compositori.
11. Quante volte ha partecipato a bandi, concorsi o gare per ottenere un lavoro negli ultimi 5 anni?
La maggioranza assoluta degli intervistati (77,9%) ha risposto “Mai”, indicando che non ha mai partecipato a una selezione competitiva per ottenere un lavoro. Il 18,3% ha dichiarato di aver partecipato 1-3 volte, una percentuale relativamente bassa ma comunque significativa. Solo una piccola frazione degli intervistati ha partecipato 4-10 volte (giallo) o più di 10 volte (verde), il che suggerisce che la partecipazione a concorsi è un fenomeno poco diffuso
Questo tipo di iniziative erano piuttosto comuni qualche anno fa, quando le produzioni proponevano: “Stiamo facendo questo film, mandami una proposta per la colonna sonora, fammi ascoltare alcuni brani per capire le tue idee.” Ti mandavano il copione o una scena e si preparavano dei provini sperando incontrassero il gusto di regia e produzione. Chiaramente, il lavoro che piaceva di più a regista e produzione, a volte indipendentemente dal nome del compositore, veniva scelto. Si trattava di un processo meritocratico.
La maggior parte degli intervistati ha risposto di non aver mai partecipato a una gara, il che è un dato interessante. Se non si partecipa a concorsi, significa che si hanno dei contatti certi, che si chiamano sempre le stesse persone, a volte anche per inerzia. Non c’è nulla di male in questo, anche se la partecipazione a gare potrebbe significare mettersi in gioco, “competere” con altri compositori. Personalmente, io partecipo frequentemente a “concorsi“, “provini” o “gare“, usate il termine che preferite li trovo un interessante stimolo creativo.
Un esempio riguarda un lavoro che ho fatto con la Rai diversi anni fa. Una serie di compositori avevano inviato dei provini anonimi, senza nome né titolo, e la produzione e il regista hanno ascoltato i vari brani e scelto quelli che piacevano di più, che fortunatamente sono stati i miei. È stato un processo giusto perché si è valutato il lavoro, non l’aspetto o il nome del compositore. Quella è stata l’unica volta che ho lavorato per la Rai, in una serie in prima serata, quindi un progetto anche abbastanza rilevante.
C’è chi dice che i provini siano inutili perché già si lavora con un regista e quindi sarebbe umiliante partecipare a una gara per continuare una collaborazione che c’è già. Questo è vero, soprattutto in casi come quello di Spielberg e John Williams, dove non è necessario fare provini, perché c’è un legame consolidato. Ma, nei casi in cui non ci siano collaborazioni di lunga data, penso che i provini siano giusti.
Nonostante possano risultare “antipatici” e ci mettano poco a nostro agio questi concorsi possono comportare, essi offrono un’opportunità di valutazione imparziale e meritocratica.
12. Quanto tempo dedichi alla promozione personale o alla ricerca di nuovi contatti?
71,2% delle persone dedica meno di 5 ore a settimana alla promozione personale o alla ricerca di nuovi contatti. 21,2% investe tra 5 e 10 ore a settimana in questa attività. Una percentuale minore dedica più tempo:
Il giallo rappresenta chi impiega tra 10 e 20 ore a settimana.
Il verde indica chi si dedica più di 20 ore a settimana.
Molti quindi spendono meno di un’ora al giorno nella promozione della propria attività. E poi ci si lamenta di non avere abbastanza contatti? Ma, come abbiamo visto, la maggior parte dei lavori arriva tramite contatti preesistenti. Se si dedica poco tempo alla promozione di sé o alla ricerca di nuovi contatti, allora ci potrebbe essere un problema.
Potremmo pensare che molti compositori guadagnino talmente tanti soldi o abbiano talmente tanti lavori che non hanno bisogno di cercare nuovi contatti. Ma questa è una percentuale minima, come abbiamo detto. La maggior parte delle persone, invece, ammette di promuoversi poco, ma allo stesso tempo lamenta la mancanza di contatti.
Alcuni rispondono di dedicare tra le 5 e le 10 ore a settimana, il che rappresenta circa 1 ora al giorno, un tempo che possiamo considerare medio, con il 21% delle risposte. Altri rispondono di dedicare tra le 10 e le 20 ore a settimana. Anche se questa percentuale è comunque alta, ci sono anche coloro che spendono più tempo in attività di pubbliche relazioni che nel proprio lavoro di composizione. Quindi, si può dire che alcune persone potrebbero dedicare troppo tempo alla promozione e troppo poco alla musica stessa, il che potrebbe altrettanto influire negativamente sul loro lavoro creativo.
13.Quali sono i principali ostacoli che incontri nel tuo lavoro quotidiano come compositore?
Uno dei principali ostacoli che affrontano i compositori, secondo il 49 % delle risposte, è il budget limitato. I budget bassi delle produzioni musicali obbligano spesso i compositori a “inventarsi” soluzioni creative, ma questo processo può far perdere molto tempo e risorse, anche perchè spesso, a fronte di budget limitati ci sono richieste sproporzionate da parte delle produzioni
Un altro problema rilevante è la mancanza di visibilità e riconoscimento(quasi 30%). In generale, il compositore non è considerato l’elemento trainante del film quando si parla di promozione. Questo, naturalmente, è un aspetto difficile da accettare, specialmente quando il lavoro di un compositore viene visto come una parte “necessaria” ma poco riconosciuta. La visibilità e il riconoscimento sono cruciali non solo per il rispetto del nostro ruolo ma anche per il continuo ampliamento dei contatti professionali. Se non ci viene riconosciuto il nostro lavoro, ci risulta difficile farci conoscere e ottenere nuovi incarichi.
Poi, c’è la comunicazione scarsa(15,4%) con registi e produttori. La mancanza di dialogo e di comprensione reciproca può portare a conflitti, rendendo più difficile lavorare insieme in modo produttivo. Questo spesso si collega alla percezione che il nostro ruolo non venga rispettato come meriterebbe. Se non c’è riconoscimento, è facile che si verifichino incomprensioni e difficoltà nella relazione professionale.
Infine, c’è il rischio di accettare lavori a basso budget(8,7%) per necessità, soprattutto per rimanere attivi nel campo e fare almeno un film all’anno. A volte, per non restare senza progetti, si accettano offerte che non soddisfano i propri standard economici. Questo crea un circolo vizioso, dove la scarsità di risorse porta a una qualità più bassa nel lavoro e a un minor rispetto da parte delle altre figure professionali, che potrebbero considerare i compositori meno importanti rispetto ad altri professionisti del settore.
Questi problemi non solo influenzano la qualità del lavoro ma anche la crescita professionale a lungo termine.
14. Come valuti il futuro del tuo lavoro come compositore di musica da film in Italia?
Il futuro del lavoro come compositore di musica da film in Italia appare incerto per una percentuale altissima del 58,7%. Questo dato è sorprendente, ma direttamente collegato ai dati della domanda precedente. Questi elementi fanno emergere un quadro piuttosto negativo, in cui non sembra esserci una direzione chiara per il futuro della professione.
Spesso si parla dell’intelligenza artificiale come uno dei rischi attuali del nostro lavoro ma a quanto pare i veri problemi al momento sono altri.
In generale, il futuro appare piuttosto negativo, con molta negatività e malessere legati a difficoltà professionali e strutturali del settore. Tuttavia, c’è anche una piccola percentuale di ottimismo (23,1%), ma sembra che questo ottimismo non sia diffuso tra la maggior parte dei compositori. Anzi, il 17,3 % dei professionisti dichiara di vedere il futuro in maniera del tutto negativa.
Questo scenario dipinge un quadro di una professione che manca di certezze e in cui sono necessarie cambiamenti significativi per migliorare le condizioni di lavoro e abbattere le difficoltà che i compositori si trovano ad affrontare. La chiave sembra essere un sforzo collettivo per cercare di cambiare questa realtà e costruire un futuro migliore per la musica da film in Italia.
15. Quanto ti senti supportato dalla Comunità cinematografica italiana?
Il 48,1% dei compositori che ha risposto al sondaggio si sente per niente supportato dalla comunità cinematografica italiana. Poi c’è il 44,2% che si sente poco supportato, mentre solo un 7,7% dice di sentirsi abbastanza supportato. Questi numeri sono davvero emblematici di quanto ci sentiamo poco riconosciuti e apprezzati in un settore che dovrebbe, invece, valorizzare il nostro lavoro.
Nonostante esistano delle comunità cinematografiche all’estero, in Italia vedo una grande carenza. Non c’è quel senso di appartenenza che esiste in altre realtà. All’estero, compositori, registi e altre figure del settore si confrontano di più, si riuniscono per scambiarsi idee e crescere insieme. In Italia, invece, una volta che il film è finito, sembra che il nostro lavoro non venga più considerato. Non abbiamo quella rete di supporto che ci aiuti a sentirci parte di un processo creativo collettivo.
Anche la comunicazione con registi e produttori è spesso scarsa. Non ci sentiamo parte integrante del progetto, e questo alimenta un isolamento che rende ancora più difficile crescere professionalmente. Mi sono reso conto che in Italia, purtroppo, non c’è quel supporto che ci permetta di collaborare realmente. Per questo, anche se in Italia ci sono delle realtà, come l’ACMF ( Associazione Compositori Musica per Film), che cerca di unire i compositori, nel complesso la comunità cinematografica italiana non è abbastanza solida e supportiva. Anche se abbiamo delle realtà come questa, c’è bisogno di un maggiore consolidamento e un supporto reciproco più forte tra tutti noi, il supporto all’interno del settore cinematografico italiano resta insufficiente rispetto a quello che si vede in altri paesi. Come compositore, spero che, con il tempo, questa situazione cambi e che riusciremo a rafforzare la nostra comunità.
16. Qual è il principale strumento che utilizzi per promuoverti?
Non sorprende che la maggior parte(48%) si affidi anche ai social media, con Facebook, Instagram e altre piattaforme come YouTube. Ormai, i social sono diventati strumenti quasi indispensabili per farsi conoscere e raggiungere un pubblico più vasto.
Il 33% dei compositori si promuove attraverso il network di contatti, quindi tramite contatti che già possiede. Questo conferma ciò che avevamo già visto prima: i contatti preesistenti sono fondamentali per ottenere lavori e opportunità. Molti compositori, infatti, si promuovono tramite il passaparola, proprio come si faceva un tempo, quando le relazioni erano più personali e dirette.
Il sito web personale è stato citato da solo l’11% dei rispondenti, il che significa che, sebbene possa essere utile, non è il principale canale di promozione per la maggior parte di noi. Allo stesso modo, la partecipazione a eventi e festival è stata indicata solo dal 7,7%. Questi eventi dal vivo, pur essendo un’opportunità di confronto e visibilità, non sono la prima scelta per la maggior parte dei compositori. Credo che un equilibrio tra tutti questi strumenti possa essere utile per costruire una presenza solida e diversificata nel mondo del cinema e della musica per film.
17. Come ti identifichi in termini di genere?
I dati di questa domanda sono stati abbastanza prevedibili. Il 89% dei compositori che hanno risposto al sondaggio si identifica come uomo, mentre solo il 7,8% si identifica come donna. La percentuale di compositrici, quindi, è molto bassa, quasi minima. È un dato che mi sconvolge, soprattutto considerando che nel cinema ci sono molte montatrici e alcune registe (anche se in percentuale minore), ma quando si parla di composizione musicale, le donne sono veramente poche.
Questo dato mette in evidenza una disparità di genere nel nostro settore. Personalmente, credo che il mestiere di compositore non debba essere legato al genere, ma solo alla passione e alla capacità creativa. Invito tutte le donne che sono interessate alla musica per film a dedicarsi a questa professione, perché è un lavoro meraviglioso, che non conosce limiti di genere.
Inoltre, una riflessione che faccio è che, se ci fossero più gare anonime (come accade in alcune audizioni orchestrali), forse ci sarebbe una maggiore equità e le compositrici avrebbero più possibilità di emergere. Questo è qualcosa che non possiamo sapere con certezza, dato che le gare anonime in Italia sono molto rare. Ma credo che se fosse possibile giudicare solo sulla qualità musicale, senza pregiudizi di genere, potremmo vedere una maggiore diversità anche tra i compositori.
18. Ha una disabilità fisica o mentale che desideri segnalare?
Questa domanda mi interessava particolarmente, e forse qualcuno potrebbe chiedersi “Cosa c’entra?”, ma io credo che, quando parliamo di discriminazioni, non dobbiamo limitarci solo al genere, ma dobbiamo considerare anche altre forme di discriminazione, come quelle legate alle disabilità. Un compositore con una disabilità fisica o mentale, evidente o meno, viene trattato allo stesso modo rispetto agli altri? Viene chiamato e ingaggiato allo stesso modo, senza pregiudizi? È importante sollevare questa riflessione, perché, come nel caso delle donne compositrici di cui parlavamo prima, le discriminazioni non dovrebbero mai fare parte del nostro settore, e dovrebbero essere eliminate, sia che riguardino il genere che altre caratteristiche personali.
Nel nostro sondaggio, il 92,3% delle persone ha dichiarato di non avere disabilità. Una piccola percentuale ha preferito non rispondere, il che è comprensibile. La percentuale di chi ha una disabilità fisica o mentale è minima, ma la domanda rimane interessante. Mi chiedo se, in un mondo ideale, un compositore con disabilità potesse essere scelto alla pari degli altri, magari partecipando a provini anonimi, dove l’unico criterio di selezione sia la qualità musicale e non fattori come l’aspetto fisico o altre caratteristiche personali.
Non è facile sapere come sarebbe, ma è un concetto che merita attenzione. In un’industria in cui la creatività e la competenza dovrebbero essere al centro, sarebbe importante garantire che tutte le persone, indipendentemente da eventuali disabilità, abbiano la stessa opportunità di emergere e di farsi notare.
La riflessione sul provino anonimo si collega a questo discorso, come nel caso delle donne compositrici di cui parlavamo prima: se le selezioni fossero basate esclusivamente sul talento musicale, senza pregiudizi legati al genere o alle disabilità, potremmo davvero ottenere una selezione più equa e diversificata.
19. In che modo il tuo lavoro come compositore influisce sul tuo benessere mentale?
Mi interessa molto il tema del benessere mentale, e sono un forte sostenitore di una buona salute mentale, soprattutto nel mondo del cinema, dove ci sono molte difficoltà, sia legate alla pressione che alla gestione dello stress. Non è raro che il lavoro di compositore, come molti lavori nel settore, comporti sfide che possono influenzare negativamente il nostro benessere mentale.
Nel sondaggio, il 52,9% ha risposto che il lavoro di compositore ha un impatto positivo, ma stressante sulla propria salute mentale. Molti, infatti, descrivono il lavoro come soddisfacente, ma anche come una fonte di grande stress. Quasi il 35,6% dei rispondenti ha affermato che il lavoro dà soddisfazione e motivazione, quindi si può dire che una parte significativa dei compositori vede questo lavoro come fonte di gratificazione. Tuttavia, è un dato da non sottovalutare che una percentuale rilevante, pari a 5,8%, ha dichiarato che il loro lavoro non ha particolari effetti positivi o negativi sul benessere mentale. Anche se questa cifra è piccola, bisogna ricordare che non è insignificante.
C’è anche una percentuale che purtroppo sente che il lavoro influisce negativamente sul benessere mentale, ma è una percentuale più bassa. La vera sfida, però, sta nel fatto che lo stress e le difficoltà legate al lavoro di compositore possono arrivare da aspetti inaspettati: progetti che non vanno come sperato, rapporti difficili con i registi, bassi compensi o condizioni di lavoro sfavorevoli.
Non bisogna mai dimenticare che il nostro lavoro può sembrare affascinante, ma in realtà presenta lati oscuri che non tutti vedono. E quando questi lati negativi si accumulano, come nei casi di malesseri psicologici, la pressione può essere davvero pesante. È importante essere consapevoli che il benessere mentale non è lineare e che ci possono essere alti e bassi nel corso della carriera. Ci sono momenti di grande soddisfazione, ma anche momenti difficili che possono far sentire un compositore esausto o addirittura farlo pensare di voler abbandonare tutto.
Per questo motivo, credo che sarebbe utile fare una sorta di check-up mentale ogni tanto, non solo una volta, ma magari ogni sei mesi o annualmente. Un momento per fermarsi, riflettere e chiedersi se davvero il lavoro ci sta dando ciò che desideriamo, se stiamo vivendo un periodo positivo o se è il caso di prendere una pausa e cercare un nuovo approccio.
Il benessere mentale dei compositori, ma anche di tutti i professionisti del cinema, va assolutamente preservato. La creatività e la passione per il nostro mestiere devono rimanere in primo piano, ma senza sacrificare il nostro benessere psicologico.
20. Devi integrare il tuo reddito come compositore con altri lavori?
Questa è una domanda molto significativa, soprattutto per i futuri compositori. I dati sono abbastanza chiari: il 61,5% degli intervistati ha risposto di sì, indicando che per sopravvivere e continuare a fare il compositore, spesso si è costretti ad integrare il reddito con altri lavori. Questi lavori, per lo più, sono legati alla musica, come insegnamento, arrangiamento, produzione musicale, e così via. C’è anche chi svolge lavori non artistici, al di fuori della musica, per mantenersi.
La percentuale di chi non ha bisogno di integrare il reddito è piuttosto bassa, solo il 28,2% ha risposto che il lavoro di compositore è la loro unica fonte di reddito.
Parlando di un campione di compositori professionisti, che hanno lavorato almeno su un film nell’ultimo anno (e non su un progetto di 10 o 15 anni fa), risulta che la maggioranza (circa il 70%) è costretta a fare un secondo lavoro. Questo è un dato importante per capire la realtà del mestiere. Pochi compositori riescono a vivere esclusivamente della composizione per il cinema.
Quindi, se da un lato il lavoro di compositore è una carriera affascinante, dall’altro lato è necessario essere realisti. È importante sapere che la realizzazione economica potrebbe non arrivare subito e che molti professionisti del settore sono costretti a fare altro per sostenersi.
Futuri compositori, vi invito a essere consapevoli di questa difficoltà, non per scoraggiarvi, ma per farvi capire che la strada potrebbe essere più complessa di quanto sembri.
Dall’analisi dei dati raccolti nel sondaggio emerge un quadro chiaro della professione del compositore per il cinema in Italia. Si evidenzia una realtà frammentata, caratterizzata da una certa continuità lavorativa per molti professionisti, ma anche da notevoli difficoltà economiche e di accesso ai mercati internazionali.
Si deduce che il settore, pur offrendo opportunità, presenta una forte precarietà dovuta ai bassi compensi, alla difficoltà nel costruire relazioni professionali e alla crescente importanza dello streaming rispetto alla distribuzione cinematografica tradizionale. I compositori italiani faticano a inserirsi nel mercato europeo e internazionale, in parte per protezionismi nazionali e in parte per la scarsa promozione delle proprie competenze all’estero. Inoltre, la professione è fortemente legata ai contatti personali, mentre il ruolo degli agenti risulta marginale rispetto ad altri settori creativi.
La scarsa valorizzazione del ruolo del compositore è un altro elemento critico: i budget destinati alle colonne sonore sono limitati e spesso inferiori a quelli stanziati per licenze musicali preesistenti. Questo contribuisce alla difficoltà di mantenere una carriera esclusivamente basata sulla composizione per film, costringendo molti professionisti a diversificare le proprie attività. Infine, la percezione di un futuro incerto e lo scarso supporto della comunità cinematografica incidono sul benessere mentale dei compositori, rendendo ancora più difficile la sostenibilità della professione.
Consigli per i compositori attuali e futuri
Diversificare le fonti di reddito: Oltre alla composizione per il cinema, è utile esplorare altre opportunità come la produzione musicale per serie TV, documentari, pubblicità e videogiochi. La gestione dei diritti d’autore e la creazione di un catalogo di opere possono garantire un’entrata economica più stabile nel tempo.
Investire nelle relazioni professionali: Il networking è fondamentale per ottenere incarichi. Frequentare festival cinematografici, eventi di settore e partecipare a masterclass può aiutare a costruire connessioni con registi e produttori, aumentando le possibilità di ingaggio.
Sviluppare una presenza internazionale: Data la difficoltà di accesso al mercato europeo ed extraeuropeo, è importante cercare collaborazioni internazionali, partecipare a concorsi globali e promuovere attivamente il proprio lavoro su piattaforme online per aumentare la visibilità all’estero.
Adattarsi al cambiamento dell’industria audiovisiva: Il passaggio dallo schermo cinematografico allo streaming impone nuove strategie di lavoro. Affrontare le esigenze delle piattaforme digitali, comprendere le tendenze della serialità e sviluppare competenze tecniche nell’uso di software avanzati possono fare la differenza nel lungo termine.
Migliorare la negoziazione contrattuale: La consapevolezza del valore del proprio lavoro è essenziale per evitare di accettare compensi troppo bassi. Anche senza un agente, è utile approfondire le dinamiche contrattuali e, se necessario, rivolgersi a consulenti specializzati.
Curare la propria promozione: La presenza sui social media, la creazione di un sito web professionale e l’uso di piattaforme di portfolio musicale possono facilitare il contatto con nuovi potenziali clienti. La promozione attiva del proprio lavoro è cruciale per emergere in un mercato altamente competitivo.
Gestire lo stress e il benessere mentale: La precarietà della professione e la pressione creativa possono essere difficili da gestire. È importante bilanciare il lavoro con il benessere personale, evitando di accettare condizioni di lavoro eccessivamente penalizzanti e cercando supporto nella comunità di colleghi.
Music is one of the most ephemeral yet enduring art forms. A sound exists only in the instant it is produced, yet a musical work can survive for centuries, rendering its creator immortal. But what does it mean to compose music in the face of the awareness of death? How much does the fear of the end influence creativity, and how much does the desire to leave an immortal legacy push composers to write until their last breath?
The Agony of Creation: Between Urgency and Fear
Many composers have experienced art as a battle against time, a duel with death that inexorably approaches. Writing a final work means facing the agonizing doubt: will it live up to my legacy? It is not only the fear of incompleteness but the even deeper fear of composing something definitive and, at the same time, unworthy of their own legend.
Beethoven faced this fear viscerally. In the Heiligenstadt Testament (1802), written when his deafness was becoming irreversible, he confessed his desire to commit suicide but declared that only music prevented him from doing so. “Only my art held me back. It seemed impossible to leave the world before I had given all that I felt was growing within me.” Here, we perceive the fundamental tension between creation and death: composing is not just an artistic act but an act of resistance against self-annihilation.
Yet, the awareness of the end is not always a driving force; sometimes, it is paralyzing. One wonders: is it better to write nothing rather than leave an unworthy testament? Some composers have profoundly experienced this fear. Brahms, for example, after composing his Fourth Symphony (1885), feared he could no longer surpass himself and declared he wanted to stop composing. Maurice Ravel, too, afflicted by a neurological disease, felt his mind was full of music he could no longer transcribe, trapped in an agonizing awareness.
The Unfinished Work: Silence That Becomes Immortal
Death can brutally interrupt the creative process, leaving behind a fragment of something that will never be completed. Some of these unfinished works have become legends, almost more powerful than a complete work: Schubert’s Ninth Symphony, Mozart’s Requiem, Mahler’s Tenth Symphony. Their fascination lies precisely in the unresolved, in the mystery of what they might have been.
Mahler, obsessed with the superstition that no composer could surpass their Ninth Symphony (since Beethoven and Bruckner had stopped there), tried to trick fate by not numbering his Das Lied von der Erde as a symphony. But when he then wrote the Ninth, he died before completing the Tenth. Perhaps fate had taken its revenge.
Writing a final work is like walking a tightrope over the abyss: there is the desire to leave something definitive, but also the terror that this something might be a failure.
Baden-Powell’s Message and the Composer’s Fate
This anxiety about the final act does not belong only to composers but to anyone who faces their mortality with clarity. A significant example comes from Robert Baden-Powell’s final message to the Scouts, in which he quotes Captain Hook from Peter Pan:
“Dear Scouts, if you have seen the play Peter Pan, you will remember that the pirate captain repeated his last speech on every occasion, fearing he would not have time to deliver it when his moment to die truly arrived.”
Hook, like the composer, fears that every endeavor might be the last and wants to ensure he leaves a mark. Every creation could be his final testament, leading to profound hesitation. If the last work must define him, it must be perfect.
Do We Write Out of Fear of Death or Hope for Immortality?
Perhaps music is the only way humanity has found to exorcise its own transience. Every composer knows that time is an invincible adversary, but their work can escape the dust, cross centuries, and become eternal memory. Bach, Mozart, Beethoven: all dead, yet so present.
Music is written out of fear of death, to avoid being forgotten. But perhaps, more than anything, it is written because, in the moment the music plays, death does not exist.
For composers who write film music, the challenge of artistic legacy takes on a different but equally crucial dimension. Unlike classical composers who create autonomous works, film composers are part of a larger production where their music serves the film rather than standing alone. This subordination to another medium makes the selection of projects fundamental to shaping their careers.
A film composer is, in many ways, an employee: the film does not belong to them, and their job is to enhance the director’s vision. However, their career is defined by the films they choose to work on. The success of a film often dictates the recognition and future opportunities for a composer, making every choice a crucial step.
Just as a classical composer may hesitate before writing their final work, knowing it might be their last, a film composer must be careful not to attach their name to a project that does not align with their artistic sensibility. No one would want their last work to be remembered as part of a bad film. In an industry where perception and reputation are paramount, every project can define the trajectory of a career.
Thus, choosing the right film is not merely about financial stability but about ensuring that one’s artistic voice is not lost in mediocrity. After all, in film music, as in life, one never knows which work might be the last.
La musica è una delle forme d’arte più effimere e, al tempo stesso, più durature. Un suono esiste solo nell’istante in cui viene prodotto, eppure un’opera musicale può sopravvivere per secoli, rendendo immortale il suo creatore. Ma cosa significa scrivere musica di fronte alla consapevolezza della morte? Quanto il timore della fine influenza la creatività, e quanto il desiderio di lasciare un’eredità immortale spinge i compositori a scrivere fino all’ultimo respiro?
L’agonia della creazione: tra urgenza e paura
Molti compositori hanno vissuto l’arte come una battaglia contro il tempo, un duello con la morte che si avvicina inesorabile. Scrivere un’ultima opera significa affrontare il dubbio angosciante: sarà all’altezza della mia eredità? Non è solo il timore dell’incompiutezza, ma la paura ancora più profonda di scrivere qualcosa di definitivo e, allo stesso tempo, non all’altezza della propria stessa leggenda.
Beethoven affrontò questa paura in modo viscerale. Nel Testamento di Heiligenstadt (1802), scritto quando la sordità stava diventando irreversibile, confessò il desiderio di suicidarsi, ma dichiarò che solo la musica lo tratteneva dal farlo. “Soltanto la mia arte mi ha trattenuto. Mi sembrava impossibile lasciare il mondo prima di aver dato tutto ciò che sentivo germogliare dentro di me.” Qui si coglie la tensione fondamentale tra creazione e morte: comporre non è solo un atto artistico, ma un atto di resistenza contro l’annullamento del sé.
Eppure, la consapevolezza della fine non è sempre un motore, a volte è una paralisi. Ci si chiede: è meglio non scrivere nulla piuttosto che lasciare un testamento indegno? Alcuni compositori hanno vissuto questo timore in modo profondo. Brahms, ad esempio, dopo aver scritto la sua Quarta Sinfonia (1885), temeva di non riuscire più a superarsi e dichiarò di voler smettere di comporre. Anche Maurice Ravel, afflitto da una malattia neurologica, sentiva che la sua mente era piena di musica che non riusciva più a trascrivere, prigioniero di una consapevolezza atroce.
L’opera incompiuta: il silenzio che diventa immortale
La morte può interrompere brutalmente il processo creativo, lasciando dietro di sé un frammento di qualcosa che non sarà mai compiuto. Alcune di queste opere incompiute sono diventate leggende, quasi più potenti di un’opera intera: la Nona Sinfonia di Schubert, il Requiem di Mozart, la Decima Sinfonia di Mahler. Il loro fascino sta proprio nell’irrisolto, nel mistero di ciò che avrebbero potuto essere.
Mahler, ossessionato dalla superstizione che nessun compositore potesse superare la propria Nona Sinfonia (poiché Beethoven e Bruckner si erano fermati lì), si sforzò di ingannare il destino non numerando la sua Das Lied von der Erde come Sinfonia. Ma quando poi scrisse la Nona, morì prima di completare la Decima. Il destino, forse, si era preso la sua rivincita.
Scrivere un’ultima opera è come camminare su una corda tesa sopra l’abisso: c’è il desiderio di lasciare qualcosa di definitivo, ma anche il terrore che quel qualcosa sia un fallimento.
Il messaggio di Baden-Powell e il destino del compositore
Questa ansia dell’ultimo atto non appartiene solo ai compositori, ma anche a chiunque affronti la propria mortalità con lucidità. Un esempio significativo ci viene dall’ultimo messaggio di Robert Baden-Powell agli scout, in cui cita Capitan Uncino di Peter Pan:
“Cari Scouts, se avete visto la commedia Peter Pan vi ricorderete che il capo dei Pirati ripeteva ad ogni occasione il suo ultimo discorso, per paura di non avere il tempo di farlo quando fosse giunto per lui il momento di morire davvero.”
Uncino, come il compositore, teme che ogni impresa sia l’ultima e vuole assicurarsi di lasciare un segno. Ogni creazione potrebbe essere il suo testamento finale, e questo porta a una profonda esitazione. Se l’ultima opera deve definirlo, deve essere perfetta.
Si scrive per paura della morte o per speranza d’immortalità?
Forse la musica è l’unico modo che l’uomo ha trovato per esorcizzare la propria caducità. Ogni compositore sa che il tempo è un avversario invincibile, ma la sua opera può sfuggire alla polvere, attraversare i secoli, diventare memoria eterna. Bach, Mozart, Beethoven: tutti morti, eppure così presenti.
Si scrive musica per paura della morte, per non essere dimenticati. Ma forse, più ancora, si scrive perché, nel momento in cui la musica suona, la morte non esiste.
Per i compositori che scrivono musica per il cinema, la sfida dell’eredità artistica assume una dimensione diversa ma altrettanto cruciale. A differenza dei compositori classici, che creano opere autonome, i compositori di colonne sonore fanno parte di una produzione più ampia, in cui la loro musica è al servizio del film anziché esistere come opera indipendente. Questa subordinazione a un altro medium rende la scelta dei progetti fondamentale per plasmare la loro carriera.
Un compositore di musica da film è, in molti modi, un impiegato: il film non gli appartiene e il suo compito è quello di valorizzare la visione del regista. Tuttavia, la sua carriera è definita dai film a cui sceglie di collaborare. Il successo di un film spesso determina il riconoscimento e le opportunità future per un compositore, rendendo ogni scelta un passo decisivo.
Così come un compositore classico può esitare prima di scrivere la sua ultima opera, sapendo che potrebbe essere il suo testamento finale, un compositore cinematografico deve essere cauto nel legare il proprio nome a un progetto che non sia in linea con la sua sensibilità artistica. Nessuno vorrebbe che il proprio ultimo lavoro fosse ricordato come parte di un brutto film. In un’industria in cui la percezione e la reputazione sono fondamentali, ogni progetto può definire la traiettoria di una carriera.
Dunque, scegliere il film giusto non è solo una questione di stabilità economica, ma anche di preservare la propria voce artistica, evitando che venga soffocata dalla mediocrità. Dopotutto, nella musica da film, come nella vita, non si può mai sapere quale sarà l’ultimo lavoro.
La sincronizzazione musicale, o sync licensing, è il processo di abbinamento di una composizione musicale con un’opera visiva—che sia un film, una serie TV, una pubblicità, un trailer o un video sui social media. Per un compositore, il sync può rappresentare un’importante fonte di reddito, oltre che un’opportunità per far conoscere il proprio lavoro a un pubblico vasto.
Chi Sono i Protagonisti del Sync Licensing?
Il mondo del sync è popolato da diverse figure professionali che giocano un ruolo cruciale nell’industria. Il music supervisor è una delle figure più importanti: è il responsabile della selezione musicale per un progetto audiovisivo e collabora con il regista o il produttore per scegliere la musica più adatta a una scena. A supportarlo ci sono i music coordinator, che si occupano della gestione operativa della musica, e i sync agent, professionisti che lavorano con artisti e case discografiche per trovare opportunità di sincronizzazione.
Anche le music libraries e le music production houses svolgono un ruolo fondamentale: mentre le prime offrono un catalogo pre-clearato di brani pronti per l’uso, le seconde si specializzano nella creazione di musica originale su commissione.
Un compositore può lavorare direttamente con queste figure oppure affidarsi a un publisher, una casa editrice musicale che gestisce i diritti delle sue opere e si occupa della loro monetizzazione.
Tipologie di Contratti e Licenze
Quando un brano viene selezionato per una sincronizzazione, viene stipulato un Sync Agreement, un contratto che stabilisce i termini dell’accordo tra il detentore dei diritti musicali e la produzione audiovisiva. Esistono due principali categorie di contratti:
Exclusive Agreement: il compositore affida in via esclusiva il proprio brano a una società di sync, che diventa l’unico intermediario autorizzato a licenziarlo.
Non-Exclusive Agreement: il compositore mantiene il diritto di licenziare la stessa traccia attraverso più agenzie o librerie musicali.
Il Sync License è invece il documento legale che concede il diritto di usare un brano in un progetto audiovisivo. Questo può essere accompagnato da un Buyout, ovvero un pagamento una tantum che garantisce alla produzione il diritto perpetuo di utilizzare il brano senza ulteriori pagamenti di royalties.
Un altro elemento da tenere a mente è il MFN Clause (Most Favored Nations), che garantisce che tutti i soggetti coinvolti in una licenza ricevano lo stesso trattamento economico, evitando favoritismi.
Le Royalties e la Monetizzazione
Quando un brano viene sincronizzato, il compositore può guadagnare attraverso:
Sync Fee: il compenso diretto per l’utilizzo della traccia.
Performance Royalties: i proventi derivanti dalla diffusione pubblica del brano, raccolti dalle Performing Rights Organizations (PROs) come ASCAP, BMI o SESAC.
Per garantire che il compositore riceva il giusto compenso, è essenziale la compilazione del Cue Sheet, un documento che registra tutti i brani utilizzati in una produzione, specificando autori e percentuali di proprietà.
Aspetti Creativi e Tecnici
Nella creazione di musica per il sync, ci sono alcune regole da seguire per aumentare le possibilità di licenza. Ad esempio, molte produzioni preferiscono brani con un Button Ending, un finale netto e deciso che facilita il montaggio. Inoltre, le musiche devono essere facilmente editable, cioè adattabili a differenti lunghezze di scena.
Un aspetto fondamentale è la rapidità nel rispondere a un Brief, ovvero una richiesta di musica da parte di un supervisore o una casa di produzione. I brief contengono dettagli come il mood richiesto, i riferimenti sonori e il budget disponibile. Spesso, i compositori lavorano su Spec Work, creando musica senza garanzia di essere scelti, anche se a volte possono ricevere un Demo Fee come compenso minimo.
Per chi desidera entrare nel settore, può essere utile firmare accordi con Micro Sync Companies, piccole aziende che gestiscono licenze per contenuti di nicchia, come video YouTube, social media o cortometraggi, offrendo compensi ridotti ma con un alto volume di utilizzi.
Gestione dei Diritti e degli Accordi
Un compositore che lavora nel sync deve essere consapevole della distinzione tra i diritti di composizione e i diritti del master recording. Il primo riguarda la scrittura della musica e appartiene all’autore e al publisher; il secondo è legato alla registrazione stessa ed è spesso detenuto da una label o da un produttore.
Alcuni compositori lavorano con One Stop Agreements, che semplificano la gestione dei diritti, permettendo a un’unica entità di autorizzare le licenze. In alternativa, ci sono i Pre-Cleared Tracks, brani già pronti per la sincronizzazione perché i diritti sono stati anticipatamente risolti.
Inoltre, è importante gestire con precisione la suddivisione dei crediti e delle percentuali di proprietà attraverso documenti come i Split Sheets, che stabiliscono in modo chiaro chi ha contribuito alla scrittura e in che misura.
Strategie per il Successo
Per un compositore che vuole lavorare nel sync, la strategia vincente include:
Creare un catalogo vario e professionale, con tracce che spaziano tra diversi generi e mood.
Entrare in contatto con music supervisors e sync agents, inviando la propria musica in modo mirato.
Iscriversi a una PRO, per assicurarsi di ricevere le royalties dovute.
Partecipare a Spotting Sessions, incontri tra musicisti e produttori per individuare il giusto posizionamento della musica nei progetti.
Evitare esclusività premature, a meno che non ci sia un accordo particolarmente vantaggioso.
Ora approfondiamo un aspetto cruciale per i compositori: il flusso del denaro nel sync licensing. A seconda del tipo di opportunità di sync a cui si lavora, le fonti di reddito possono variare considerevolmente. Questo articolo analizzerà le principali forme di guadagno nel sync, fornendo un quadro chiaro su come monetizzare efficacemente la propria musica.
Le Due Principali Forme di Pagamento nel Sync
La maggior parte dei compositori che lavorano nel sync licensing guadagna attraverso due canali principali: gli upfront sync fees e le performance royalties.
1. Upfront Sync Fees (Compenso Anticipato di Sincronizzazione)
L’upfront sync fee è il compenso che viene pagato al proprietario del copyright per il diritto di utilizzare la composizione in un progetto audiovisivo. Questo pagamento varia a seconda di diversi fattori, tra cui:
Tipologia di utilizzo (TV, pubblicità, film, trailer, social media, ecc.).
Durata della licenza (breve termine o perpetuo).
Territorio (diritti locali o internazionali).
Tempistiche di pagamento (immediate o dilazionate).
Non tutte le licenze di sincronizzazione prevedono un upfront fee: alcune sono esclusivamente basate su pagamenti retroattivi (backend royalties). Tuttavia, quando un upfront sync fee viene concesso, può variare da poche centinaia di dollari fino a cifre a sei o sette zeri, a seconda del prestigio del progetto.
Tempistiche di Pagamento
Dopo che una licenza è stata approvata, la produzione potrebbe impiegare fino a 90 giorni per versare il compenso al detentore dei diritti. Se il compositore lavora con una sync library o un’agenzia, il contratto può stabilire che il pagamento del compenso venga effettuato entro 30-90 giorni dalla ricezione della somma da parte dell’intermediario.
2. Performance Royalties (Royalties di Esecuzione)
Le performance royalties, note anche come backend royalties, vengono accumulate ogni volta che un contenuto audiovisivo che include la tua musica viene trasmesso in TV, al cinema o su piattaforme di streaming.
Queste royalties vengono raccolte dalle Performance Rights Organizations (PROs), come ASCAP, BMI, SESAC (negli Stati Uniti) o SIAE (in Italia). I fattori che determinano l’importo delle royalties includono:
Numero di trasmissioni e pubblico raggiunto.
Distribuzione globale dello show.
Peso della traccia rispetto all’intero catalogo PRO.
Cue Sheet: Il Documento Chiave per le Royalties
Il pagamento delle performance royalties si basa sulle cue sheets, documenti compilati dalle case di produzione che registrano l’uso della musica in ogni episodio o film. Questi documenti vengono inviati alle PROs, che calcolano il pagamento spettante agli autori.
Uno svantaggio del sistema è il ritardo nei pagamenti: possono trascorrere 9-12 mesi dalla trasmissione prima che il compenso venga accreditato al compositore.
Altre Fonti di Reddito nel Sync
Oltre agli upfront fees e alle performance royalties, esistono altre modalità di guadagno nel settore della sincronizzazione musicale.
1. Demo Fees (Compensi per Demo)
Quando un compositore partecipa a un lavoro su specifica (spec work), potrebbe ricevere un demo fee. Questo compenso, che generalmente varia tra 250 e 500 dollari, viene pagato per incentivare la produzione di una composizione personalizzata per un progetto.
Nota bene: non tutti i lavori su specifica prevedono un demo fee. Inoltre, le case di produzione possono ricevere compensi più alti e suddividerli tra più compositori per avere più opzioni da proporre ai clienti. Ad esempio, se un cliente offre 2.500 dollari per le demo di una campagna pubblicitaria, una casa di produzione potrebbe suddividere tale importo tra 5 compositori, pagando loro 500 dollari ciascuno.
2. Sync Advances (Anticipi per la Produzione di Album)
Alcune sync libraries o case di produzione offrono ai compositori un anticipo per la creazione di album tematici destinati alla sincronizzazione. L’importo dell’anticipo varia a seconda del contratto e può essere:
Recuperabile: l’anticipo viene dedotto dai futuri guadagni del compositore.
Non recuperabile: il pagamento è garantito indipendentemente dalle future licenze.
Sebbene si parli di anticipo, il pagamento avviene solitamente a completamento del progetto, non in fase iniziale.
3. Upfront (Buyout) Fees
Un’altra forma di compenso anticipato è il buyout fee, ovvero una somma pagata per la cessione totale dei diritti su una composizione. Questo tipo di contratto viene spesso utilizzato da:
Librerie musicali che vogliono integrare nuove tracce nel proprio catalogo.
Case di produzione che necessitano di musica esclusiva per programmi TV o film.
Reti televisive che commissionano brani per i loro show.
A differenza dell’anticipo per sync, il buyout fee non prevede royalties future, poiché i diritti vengono trasferiti completamente all’acquirente.
Music and artificial intelligence… what a combination! You know, I’ve done countless talks and interviews on this topic over the past two or three years, and every time, I’ve changed my mind. Because with the speed at which everything is evolving, you barely have time to form an opinion before you have to rethink it! It’s like… well, like being at a restaurant and ordering a plate of pasta, and when the waiter arrives, he says, “Oh, sorry, we’ve changed the menu. Now we’ll bring you a pizza with lasagna inside.” And you say, “But excuse me, I wanted pasta!” And he replies, “But it’s the same, isn’t it? It just has cheese in it now.” And you’re left sitting there, confused, wondering if what you’re eating is really food or a lab experiment.
At first, I used to say, “No, artificial intelligence will never replace composers and musicians. Just listen to how basic the results are!” Then I reconsidered, thinking, “Well, yes, it’s good at imitating, but it lacks quality, it lacks originality.” And now? Now I’ve come to terms with it, but… there’s a catch. And maybe I’ve figured out what it is.
The issue is that artificial intelligence is like an artist who has studied too much—a bit like the guy who starts playing the piano only after reading the manual, but without ever truly feeling the music. Yet, when you “train” it well, as we say in the music world, well, holy smokes, it starts producing results that… damn, they’re even good! But there’s always that little detail, that pinch of “human” that’s missing. It’s like having a perfect orchestra but without the conductor who knows when to pause, when to improvise, when to add that touch of madness.
Do you know what Suno is? It’s a super fun app that lets you create a song in an instant. You tell it what kind of track you want, and voilà—it produces everything: instrumental, vocals, lyrics, arrangement, mastering, all with a result that, if it weren’t morally questionable, would be almost impressive. You can make a love ballad or a dance track without lifting a finger. Or maybe just one finger, to press “Create.” If you don’t know it, you should try it out, form your own opinion, and maybe even scare yourself a little. Sure, the result is good, but it’s not quite the same if you’re a true musician, with heart and passion for every note. But that’s not even what I want to talk about—it’s another statement that makes my skin crawl.
The CEO of Suno, Mikey Shulman, said, “Making music isn’t really enjoyable now. It takes a lot of time, a lot of practice, and you need to become very skilled with an instrument or production software,” Shulman explained. “And I think most people don’t enjoy most of the time they spend making music.” It sounds like the complaint of a frustrated and failed aspiring musician who, after trying to play guitar for five minutes, realizes that to become good, you need to study and that you aren’t born knowing how. But, ultimately, it’s the frustration of the new generations who watch short videos on social media of people doing phenomenal things, without understanding that behind those 15 seconds of performance are years of study, failures, sweat, and sacrifice.
Now, if I were to take this statement and adapt it to relationships, imagine someone saying, “Relationships have become too complicated. You no longer need to spend years getting to know someone, struggling to find the right balance. Now you can just say what you want, and the other person will give you exactly what you’re looking for, no problem.” That phrase, like the CEO’s, is not just a trivialization of what truly matters but a mockery of everything that makes relationships—and music—meaningful. There is always a need for effort, hard work, and sacrifices to create something of value.
After all, making music is no longer like it used to be, just as relationships aren’t what they once were. Once upon a time, love was simple: you met someone, probably in a local diner, talked about your favorite novels—Proust, if you wanted to be sophisticated, Hemingway, if you wanted to seem masculine—and before you knew it, you were married and arguing over who should sleep on the left side of the bed. Romantic efficiency! Now? Relationships are like producing a symphony with software you’ve never used before: time-consuming, emotionally costly, and often requiring technical support.
Think about it: Shulman says, “It takes a lot of practice, a lot of time, and you have to be really good.” Doesn’t that perfectly describe a modern relationship? It’s no longer about meeting someone who laughs at your jokes and tolerates your mother; it’s about compatibility algorithms, attachment styles, and, for heaven’s sake, emotional availability. The work required is immense. First of all, you have to know yourself. And that’s already a full-time job, and once you get there (spoiler: you never fully get there), you also have to “communicate.” Like an IT technician trying to troubleshoot a relationship that won’t start properly.
Oh, and let’s not forget another parallel: perfection. Shulman talks about needing to be “really good” with your instrument or software. Relationships now demand impeccability. You can’t have an off day. You can’t simply say, “I’m too tired to care about the drama of your third cousin’s wedding.” No! You must participate. You must be emotionally present, supportive, intellectually stimulating, and at least marginally attractive—every single day!
Maybe we’ve lost the spontaneous joy of making a mess. Love, like music, was never meant to be perfect. It was meant to be noisy, chaotic, sometimes off-key. So let’s stop producing relationships as if they were conceptual albums and go back to humming our feelings, even if we’re out of tune. Who knows? The mistakes might just be the best part.
And yet, we’re expected to believe that the future lies entirely in a click. No more sweat, no more mistakes, no more “let’s go back to this part” after weeks of rehearsals. Oh, how convenient. But it’s also a little creepy, isn’t it? It’s like being told that the only thing that matters is the surface, efficiency, performance. And all that remains is the sound, but not the music.
Yet the truth is that the beauty of music—and, more broadly, of art and life—is exactly that: the time you invest, the winding path, the constant pursuit of perfection that will never arrive. Making music, or creating, doesn’t mean being perfect—it means being involved in a process that is halfway between inspiration and failure. It’s not just work; it’s an experience, an act of living. Just like relationships—the real ones, the complicated ones—are never perfect. There’s always something unresolved, a melody that doesn’t sound the way you’d like, but it belongs to you, it speaks about you in a way no algorithm could ever imitate.
Music isn’t about perfection; it’s about passion and dedication. When you spend years mastering an instrument or writing a song, you’re not just trying to improve technically—you’re trying to understand yourself better, to explore yourself in a way you can’t achieve with an app. And that search, that failure, that constant improvement—that’s what makes music truly alive. Life is made of imperfect attempts, of wrong notes that turn into something unique, just like us.
So yes, Suno is fun. But maybe the real beauty of music—and life—is that we’ll never be perfect. And you know what? That’s perfectly okay.
Musica e intelligenza artificiale… che bel connubio! Sapete, ho fatto un sacco di interventi e interviste su questo argomento negli ultimi due o tre anni, e ogni volta ho cambiato idea. Perché, con la velocità con cui sta evolvendo tutto, non fate in tempo a farvi un’opinione che dovete subito ricredervi! È come se… beh, come se foste a un ristorante e ordinate un piatto di pasta, e quando arriva il cameriere vi dice ‘Ah, scusate, ma abbiamo cambiato il menù. Ora vi portiamo una pizza con dentro una lasagna.’ E voi dite ‘Ma scusate, io volevo la pasta!’ E lui vi risponde ‘Ma è lo stesso, no? È solo che ora ha il formaggio dentro.’ E voi siete lì, confusi, a chiedervi se quello che state mangiando è davvero cibo o se è un esperimento di laboratorio.”
All’inizio dicevo: ‘No, l’intelligenza artificiale non sostituirà mai i compositori e i musicisti. Sentite che risultati banali!’. Poi mi sono ricreduto, pensando: ‘Beh, sì, è brava a imitare, ma manca di qualità, manca di originalità’. E ora? Ora sono arrivato alla resa, ma… c’è un però. E forse ho capito cosa è.
Il problema è che l’intelligenza artificiale è come un artista che ha studiato troppo, un po’ come il ragazzo che si mette a suonare il piano solo dopo aver letto il manuale, ma senza mai sentire davvero la musica. Eppure, quando la ‘addestri’ bene, come diciamo noi nel mondo della musica, beh, porca zozza, inizia a tirar fuori dei risultati che… cavolo, sono anche buoni! Ma c’è sempre quel piccolo dettaglio, quel pizzico di ‘umano’ che manca. È come se aveste un’orchestra perfetta, ma senza il direttore che sa quando fare una pausa, quando improvvisare, quando dare quel tocco di follia.
Sapete cos’è Suno? È un’app divertentissima che ti permette di creare una canzone in un batter d’occhio. Gli dici che tipo di brano vuoi, e voilà, ti produce tutto: strumentale, voce, testo, arrangiamento, mastering, il tutto con un risultato che, se non fosse moralmente discutibile, sarebbe quasi impressionante. Puoi fare una ballata d’amore o un pezzo dance senza muovere un dito. O forse con un dito, giusto quello per schiacciare “Crea.” Se non la conoscete dovete provarla e farvi una idea e forse spaventarvi. Certo, il risultato è buono, ma non è proprio il massimo se sei un musicista vero, con il cuore e la passione per ogni nota. Ma non è di questo che voglio parlare, è di un’altra dichiarazione che fa accapponare la pelle.
Il CEO di Suno Mikey Shulman ha detto: “Non è davvero piacevole fare musica ora. Richiede molto tempo, molta pratica, bisogna diventare molto bravi con uno strumento o con un software di produzione,” ha spiegato Shulman. “E penso che la maggior parte delle persone non si diverta per la maggior parte del tempo che trascorre a fare musica.” Sembra il lamento di un aspirante musicista frustrato e fallito che, dopo aver provato cinque minuti a suonare la chitarra, si rende conto che per diventare bravi occorre studiare e che non si nasce imparati. Ma, del resto, è la frustrazione delle nuove generazioni che vedono video cortissimi sui social di gente che fa cose fenomenali, senza capire che dietro quei 15 secondi di performance ci sono anni di studio, fallimenti, sudore e sacrifici.
Ora, se dovessi prendere questa affermazione e adattarla a una relazione, immaginate che qualcuno dica: “Le relazioni sono diventate troppo complicate. Non c’è più bisogno di passare anni a conoscere qualcuno, a lottare per trovare il giusto equilibrio. Ora puoi semplicemente dire cosa vuoi e l’altro ti darà esattamente quello che cerchi, senza problemi.” Ecco, quella frase, come quella del CEO, non è solo una banalizzazione di ciò che veramente conta, ma una presa in giro di tutto ciò che rende le relazioni—e la musica—significative. C’è sempre bisogno di impegno, di sforzi, di sacrifici per creare qualcosa che abbia valore.
Del resto fare musica non è più come una volta, proprio come le relazioni non sono più quelle di una volta. Una volta, l’amore era semplice: incontravi qualcuno, probabilmente in una tavola calda di quartiere, parlavate dei vostri romanzi preferiti—Proust, se volevi fare il sofisticato, Hemingway, se volevi sembrare virile—e, prima che te ne accorgessi, eri sposato e litigavi su chi dovesse dormire dal lato sinistro del letto. Efficienza romantica! Ora? Le relazioni sono come produrre una sinfonia con un software che non hai mai usato prima: dispendiose in termini di tempo, emotivamente costose e, spesso, con necessità di assistenza tecnica.
Pensateci: Shulman dice, “Richiede molta pratica, molto tempo, e devi essere davvero bravo.” Non descrive forse alla perfezione una relazione moderna? Non si tratta più di incontrare qualcuno che ride alle tue battute e sopporta tua madre; si tratta di algoritmi di compatibilità, stili di attaccamento e, per l’amor del cielo, disponibilità emotiva. Il lavoro richiesto è immane. Prima di tutto, devi conoscere te stesso. E questo è già un lavoro a tempo pieno, e una volta che ci sei arrivato (spoiler: non ci arrivi mai), devi anche “comunicare.” Come un tecnico IT che cerca di risolvere una relazione che non si avvia correttamente.
Ah, e non dimentichiamoci un altro parallelo: la perfezione. Shulman parla di dover essere “davvero bravo” con il tuo strumento o software. Le relazioni ora richiedono impeccabilità. Non puoi avere una giornata no. Non puoi semplicemente dire: “Sono troppo stanco per interessarmi al dramma del matrimonio di tua cugina di terzo grado.” No! Devi partecipare. Devi essere emotivamente presente, di supporto, intellettualmente stimolante e almeno marginalmente attraente—ogni singolo giorno!
Forse abbiamo perso la gioia spontanea di fare casino. L’amore, come la musica, non è mai stato pensato per essere perfetto. Doveva essere rumoroso, caotico, a volte stonato. Allora smettiamola di produrre relazioni come se fossero album concettuali e torniamo a canticchiare i nostri sentimenti, anche se siamo fuori tono. Chissà? Gli errori potrebbero essere proprio la parte migliore.
E invece si vorrebbe pretendere che il futuro sia tutto lì, in un clic. Non più sudore, non più errori, niente più “ritorniamo a questo passaggio” dopo settimane di prove. Oh, quanto è comodo. Ma è anche un po’ inquietante, no? È come se ci stessero dicendo che l’unica cosa che conta è la superficie, l’efficienza, la prestazione. E tutto ciò che rimane è il suono, ma non la musica.
Eppure, la verità è che la bellezza della musica—e, più in generale, dell’arte e della vita—è proprio quella: è il tempo che ci metti, il percorso tortuoso, la costante ricerca di perfezione che non arriverà mai. Fare musica, o creare, non significa essere perfetti, significa essere coinvolti in un processo che è a metà strada tra l’ispirazione e il fallimento Non è solo un lavoro, è un’esperienza, un atto di vita. Proprio come le relazioni—quelle vere, quelle complicate—non sono mai perfette. C’è sempre qualcosa di irrisolto, una melodia che non suona come vorresti, ma che ti appartiene, che parla di te in un modo che nessun algoritmo potrà mai imitare.
La musica non è una questione di perfezione, è una questione di passione, di dedizione. Quando passi anni a perfezionare uno strumento o a scrivere una canzone, non stai solo cercando di migliorare tecnicamente, ma stai cercando di capirti meglio, di esplorare te stesso in un modo che non puoi ottenere con un’app. E quella ricerca, quel fallimento, quel miglioramento costante—è tutto ciò che fa sì che la musica sia davvero viva. La vita è fatta di tentativi imperfetti, di note sbagliate che si trasformano in qualcosa di unico, proprio come noi.
Quindi sì, Suno è divertente. Ma forse la vera bellezza della musica—e della vita—è che non saremo mai perfetti. E, sai una cosa? Va benissimo così.