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    Musica e Ai…cosa c’è di male?

    Musica e intelligenza artificiale… che bel connubio! Sapete, ho fatto un sacco di interventi e interviste su questo argomento negli ultimi due o tre anni, e ogni volta ho cambiato idea. Perché, con la velocità con cui sta evolvendo tutto, non fate in tempo a farvi un’opinione che dovete subito ricredervi! È come se… beh, come se foste a un ristorante e ordinate un piatto di pasta, e quando arriva il cameriere vi dice ‘Ah, scusate, ma abbiamo cambiato il menù. Ora vi portiamo una pizza con dentro una lasagna.’ E voi dite ‘Ma scusate, io volevo la pasta!’ E lui vi risponde ‘Ma è lo stesso, no? È solo che ora ha il formaggio dentro.’ E voi siete lì, confusi, a chiedervi se quello che state mangiando è davvero cibo o se è un esperimento di laboratorio.”

    All’inizio dicevo: ‘No, l’intelligenza artificiale non sostituirà mai i compositori e i musicisti. Sentite che risultati banali!’. Poi mi sono ricreduto, pensando: ‘Beh, sì, è brava a imitare, ma manca di qualità, manca di originalità’. E ora? Ora sono arrivato alla resa, ma… c’è un però. E forse ho capito cosa è.

    Il problema è che l’intelligenza artificiale è come un artista che ha studiato troppo, un po’ come il ragazzo che si mette a suonare il piano solo dopo aver letto il manuale, ma senza mai sentire davvero la musica. Eppure, quando la ‘addestri’ bene, come diciamo noi nel mondo della musica, beh, porca zozza, inizia a tirar fuori dei risultati che… cavolo, sono anche buoni! Ma c’è sempre quel piccolo dettaglio, quel pizzico di ‘umano’ che manca. È come se aveste un’orchestra perfetta, ma senza il direttore che sa quando fare una pausa, quando improvvisare, quando dare quel tocco di follia.

    Sapete cos’è Suno? È un’app divertentissima che ti permette di creare una canzone in un batter d’occhio. Gli dici che tipo di brano vuoi, e voilà, ti produce tutto: strumentale, voce, testo, arrangiamento, mastering, il tutto con un risultato che, se non fosse moralmente discutibile, sarebbe quasi impressionante. Puoi fare una ballata d’amore o un pezzo dance senza muovere un dito. O forse con un dito, giusto quello per schiacciare “Crea.” Se non la conoscete dovete provarla e farvi una idea e forse spaventarvi. Certo, il risultato è buono, ma non è proprio il massimo se sei un musicista vero, con il cuore e la passione per ogni nota. Ma non è di questo che voglio parlare, è di un’altra dichiarazione che fa accapponare la pelle.

    Il CEO di Suno Mikey Shulman ha detto: “Non è davvero piacevole fare musica ora. Richiede molto tempo, molta pratica, bisogna diventare molto bravi con uno strumento o con un software di produzione,” ha spiegato Shulman. “E penso che la maggior parte delle persone non si diverta per la maggior parte del tempo che trascorre a fare musica.” Sembra il lamento di un aspirante musicista frustrato e fallito che, dopo aver provato cinque minuti a suonare la chitarra, si rende conto che per diventare bravi occorre studiare e che non si nasce imparati. Ma, del resto, è la frustrazione delle nuove generazioni che vedono video cortissimi sui social di gente che fa cose fenomenali, senza capire che dietro quei 15 secondi di performance ci sono anni di studio, fallimenti, sudore e sacrifici.

    Ora, se dovessi prendere questa affermazione e adattarla a una relazione, immaginate che qualcuno dica: “Le relazioni sono diventate troppo complicate. Non c’è più bisogno di passare anni a conoscere qualcuno, a lottare per trovare il giusto equilibrio. Ora puoi semplicemente dire cosa vuoi e l’altro ti darà esattamente quello che cerchi, senza problemi.” Ecco, quella frase, come quella del CEO, non è solo una banalizzazione di ciò che veramente conta, ma una presa in giro di tutto ciò che rende le relazioni—e la musica—significative. C’è sempre bisogno di impegno, di sforzi, di sacrifici per creare qualcosa che abbia valore.

    Del resto fare musica non è più come una volta, proprio come le relazioni non sono più quelle di una volta. Una volta, l’amore era semplice: incontravi qualcuno, probabilmente in una tavola calda di quartiere, parlavate dei vostri romanzi preferiti—Proust, se volevi fare il sofisticato, Hemingway, se volevi sembrare virile—e, prima che te ne accorgessi, eri sposato e litigavi su chi dovesse dormire dal lato sinistro del letto. Efficienza romantica! Ora? Le relazioni sono come produrre una sinfonia con un software che non hai mai usato prima: dispendiose in termini di tempo, emotivamente costose e, spesso, con necessità di assistenza tecnica.

    Pensateci: Shulman dice, “Richiede molta pratica, molto tempo, e devi essere davvero bravo.” Non descrive forse alla perfezione una relazione moderna? Non si tratta più di incontrare qualcuno che ride alle tue battute e sopporta tua madre; si tratta di algoritmi di compatibilità, stili di attaccamento e, per l’amor del cielo, disponibilità emotiva. Il lavoro richiesto è immane. Prima di tutto, devi conoscere te stesso. E questo è già un lavoro a tempo pieno, e una volta che ci sei arrivato (spoiler: non ci arrivi mai), devi anche “comunicare.” Come un tecnico IT che cerca di risolvere una relazione che non si avvia correttamente.

    Ah, e non dimentichiamoci un altro parallelo: la perfezione. Shulman parla di dover essere “davvero bravo” con il tuo strumento o software. Le relazioni ora richiedono impeccabilità. Non puoi avere una giornata no. Non puoi semplicemente dire: “Sono troppo stanco per interessarmi al dramma del matrimonio di tua cugina di terzo grado.” No! Devi partecipare. Devi essere emotivamente presente, di supporto, intellettualmente stimolante e almeno marginalmente attraente—ogni singolo giorno!

    Forse abbiamo perso la gioia spontanea di fare casino. L’amore, come la musica, non è mai stato pensato per essere perfetto. Doveva essere rumoroso, caotico, a volte stonato. Allora smettiamola di produrre relazioni come se fossero album concettuali e torniamo a canticchiare i nostri sentimenti, anche se siamo fuori tono. Chissà? Gli errori potrebbero essere proprio la parte migliore.

    E invece si vorrebbe pretendere che il futuro sia tutto lì, in un clic. Non più sudore, non più errori, niente più “ritorniamo a questo passaggio” dopo settimane di prove. Oh, quanto è comodo. Ma è anche un po’ inquietante, no? È come se ci stessero dicendo che l’unica cosa che conta è la superficie, l’efficienza, la prestazione. E tutto ciò che rimane è il suono, ma non la musica.

    Eppure, la verità è che la bellezza della musica—e, più in generale, dell’arte e della vita—è proprio quella: è il tempo che ci metti, il percorso tortuoso, la costante ricerca di perfezione che non arriverà mai. Fare musica, o creare, non significa essere perfetti, significa essere coinvolti in un processo che è a metà strada tra l’ispirazione e il fallimento Non è solo un lavoro, è un’esperienza, un atto di vita. Proprio come le relazioni—quelle vere, quelle complicate—non sono mai perfette. C’è sempre qualcosa di irrisolto, una melodia che non suona come vorresti, ma che ti appartiene, che parla di te in un modo che nessun algoritmo potrà mai imitare.

    La musica non è una questione di perfezione, è una questione di passione, di dedizione. Quando passi anni a perfezionare uno strumento o a scrivere una canzone, non stai solo cercando di migliorare tecnicamente, ma stai cercando di capirti meglio, di esplorare te stesso in un modo che non puoi ottenere con un’app. E quella ricerca, quel fallimento, quel miglioramento costante—è tutto ciò che fa sì che la musica sia davvero viva. La vita è fatta di tentativi imperfetti, di note sbagliate che si trasformano in qualcosa di unico, proprio come noi.

    Quindi sì, Suno è divertente. Ma forse la vera bellezza della musica—e della vita—è che non saremo mai perfetti. E, sai una cosa? Va benissimo così.

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    Educare al Bello, tra Musica e Cartoni

    Educare i bambini al bello è un atto di grande responsabilità e lungimiranza, che getta le basi per una società culturalmente e esteticamente più consapevole. Nei primi anni di vita, i bambini sono particolarmente sensibili agli stimoli che ricevono, anche se non hanno ancora gli strumenti per discernere consapevolmente ciò che è autentico e significativo da ciò che è superficiale. Questa plasticità della loro mente rappresenta un’opportunità unica per genitori, educatori e produttori culturali di offrire esperienze che nutrano il loro senso estetico e la loro sensibilità.

    Prendiamo la musica, per esempio. Ai bambini piccoli non importa se una melodia è prodotta da strumenti digitali privi di calore o suonata da veri musicisti su strumenti acustici. Tuttavia, ciò che ascoltano non è privo di conseguenze: le canzoncine banali, fatte apposta per attrarre con ritmi ripetitivi e suoni artificiali, abituano l’orecchio a una semplicità piatta e sterile. Al contrario, esporli a musiche di qualità, anche se adattate alle loro capacità di comprensione, consente loro di assorbire la profondità e la ricchezza sonora che solo composizioni autentiche e strumenti veri possono offrire. La musica vera non solo intrattiene, ma emoziona e forma, gettando le basi per un gusto musicale più raffinato e maturo.

    Un discorso analogo si applica ai cartoni animati. Nell’era del digitale, il 3D e le animazioni computerizzate dominano il panorama dell’intrattenimento infantile, spesso perché sono più veloci da produrre e possono stupire con effetti spettacolari. Tuttavia, i bambini non hanno un bisogno innato di tecnologie avanzate. Possono essere altrettanto affascinati da un cartone animato disegnato a mano, in 2D, che porta con sé l’impronta autentica dell’artista. L’arte manuale comunica qualcosa di profondo: il valore del lavoro, l’unicità di ogni tratto, la passione di chi crea. Questi elementi non solo offrono un’esperienza estetica più ricca, ma trasmettono anche valori che resteranno nel tempo.

    Spesso, i genitori giustificano scelte poco curate con la frase: “A loro piace”. Ma se adottassimo lo stesso criterio nell’alimentazione, finiremmo per nutrire i nostri figli solo di junk food e dolciumi, perché è ciò che preferiscono istintivamente. Come per il cibo, anche il gusto estetico non va semplicemente assecondato, ma educato. I bambini sono naturalmente attratti da ciò che è ipercolorato, fluorescente e immediato – una caratteristica comune a molti prodotti audiovisivi e alimentari destinati all’infanzia. Tuttavia, offrire loro stimoli più raffinati, che richiedono un piccolo sforzo di attenzione e di adattamento, li aiuterà a sviluppare un senso del bello più profondo e duraturo.

    L’impegno di educare al bello non riguarda solo i genitori, ma anche gli insegnanti e i produttori culturali. Chi crea contenuti per i bambini dovrebbe chiedersi che tipo di impatto le proprie opere avranno sui futuri adulti. Un cartone animato non diventa automaticamente migliore perché realizzato in 3D o con tecnologie avanzate. Al contrario, è la qualità della storia, la cura nei dettagli e l’amore con cui viene creato a determinarne il valore e la capacità di lasciare un’impronta positiva nel tempo. I contenuti pensati per l’infanzia non devono solo intrattenere, ma anche formare, offrendo ai bambini la possibilità di crescere con uno sguardo aperto alla bellezza autentica.

    In definitiva, educare al bello significa offrire ai bambini le basi per apprezzare ciò che è autentico, profondo e significativo. Non è una questione di estetica fine a sé stessa, ma di coltivare una sensibilità che li accompagnerà per tutta la vita. Forse per noi adulti richiede un piccolo sacrificio in più, che si tratti di scegliere musica di qualità o di proporre cartoni animati più curati. Ma questo sforzo può fare una grande differenza: i bambini di oggi saranno gli adulti di domani, e ciò che imparano ora influenzerà il futuro di tutti. Non perdiamo questa occasione: educare al bello è un atto d’amore verso i nostri figli e verso la società che costruiremo insieme.

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    “Spotify: Where Art Goes to Die Conveniently”


    Ah, Spotify. The name sounds harmless, doesn’t it? “Spotify.” It seems like a place where you’d go for yoga or spiritual enlightenment. But no! It’s evil. It’s Satan streaming in high (!?) quality. Why am I so mad at Spotify? Because it’s the death of music. It’s like the McDonald’s of music: everything is accessible, but nothing has any real flavor.

    When I was young… yes, I know, everyone starts with “when I was young,” but hear me out! When I was young, buying a record was a sacred ritual. You’d go to the store, spend hours flipping through covers, and inhale that smell of vinyl and dust—a smell that told you: “This is art, not an algorithm.” Then you’d carry the record home with the same care you’d use to transport a heart for a transplant. You’d place it on the turntable, lower the needle, and… magic!

    Now? Now people discover music by pressing a button while ordering a cappuccino at the café. I mean, how can you even begin to grasp Leonard Cohen while sipping an oat milk latte? That’s not music; it’s background noise for your watered-down existential crises.

    And then there are the algorithms. The algorithms! Do you have any idea how sneaky they are? They tell you what to listen to. “If you like Bob Dylan, you might enjoy this guy playing ukulele in a Norwegian basement.” But who are you, Spotify, to tell me what to listen to? It’s like a robot coming up to me and saying, “I know everything about you.” No, you don’t! You don’t know that I like listening to Carmen while eating cornflakes at 3 a.m.

    And then the ultimate evil: playlists. Oh, the playlists! “Relax,” “Study,” “Workout.” But music isn’t a deodorant with different scents for every time of day! It’s an art form, not a fast-food menu. I want to listen to Beethoven during a panic attack, not a playlist called “Calm Vibes.”

    And let’s not even talk about the musicians. Do you know how much they earn per stream on Spotify? A penny. A single penny! When I heard that, I thought, “Okay, this must be a joke.” But no, it’s real. Beethoven would earn more playing piano in a bar full of drunks than on Spotify. And then people complain that classical music is dying. Of course, it’s dying! How can it compete with the techno remix of a meowing cat?

    Spotify has taken music—something that’s passion, effort, tears, sweat—and turned it into an all-you-can-eat buffet of mediocrity. And us? We’re complicit. Because it’s convenient. It’s all there, instantly, no effort required. But do you know what happens when everything becomes easy? We become lazy. And when we become lazy, we stop seeking beauty.

    And if that weren’t enough, here’s the latest masterpiece: fake songs. Yes, you heard that right: fake. Tracks created specifically to fill playlists, with no real artist behind them. No, I’m not kidding. They’ve found a way to monetize nothingness. It’s like selling canned air, but with a little reverb and a title like “Ocean Serenity.”

    They create tracks made up of a few generic chords—a melody that might as well have been played by some guy with a guitar at a highway rest stop at 3 a.m.—and slap them into a playlist called “Focus Time” or “Cozy Winter Vibes.” And people listen to it, unaware that it’s not even real music. It’s synthetic music. It’s like eating a veggie burger and thinking it’s Argentine filet mignon.

    And the “artists” behind these tracks… what artists? They don’t exist! They’re pseudonyms invented by Spotify or third-party companies to save on royalties. It’s an economy of emptiness, an endless loop of deception. They’ve taken the idea of the “musician” and reduced it to a computer-generated avatar. No one suffers to write these songs. No one pours their heart out. No one lives the inner turmoil that creates a masterpiece. It’s all just copy-paste emotions.

    The best part—if we can call it that—is that this is all designed to fool us. Because the more Spotify fills playlists with fake music, the less they pay real artists. It’s a system built to squeeze maximum profit out of every note. They’ve literally industrialized the absence of inspiration.

    And you might say: “But who notices?” Of course, no one notices! Because these tracks aren’t meant to be memorable; they’re just there, in the background, like elevator music in an empty shopping mall. Their only purpose is to keep the stream running, like a car left idling at a red light.

    So now, not only is Spotify the McDonald’s of music, it’s also like a Truman Show for our ears. It makes us believe we’re listening to art when, in reality, we’re just listening to an algorithm softly whispering: “Don’t think, don’t search, just keep pressing play.”

    Do you know what really worries me? That one day we’ll get used to all this. That we’ll no longer be able to tell the difference between a real song and a fake one. And at that point, music as we know it—the real kind, the kind that tears your heart out and flips it upside down—will truly be dead.

    And me? I keep using it, of course. It’s convenient. But I hate it. I hate it with the same passion I love… Oh look, my playlist “Woody’s Neurotic Jazz Favorites” just ended. Time to find something else.

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    A whole life…just 20 cm away.

    You know, I write music for films. It’s a great job, sure, but also a bit of a trap. Because when you compose music for images, you’re always trying to make someone cry, or feel powerful, or romantic… basically, you’re a kind of professional emotional manipulator. Only, you do it with notes instead of lies, which is at least more elegant.

    But lately, I’ve been asking myself: why do some pieces of music move me so much, while others just make me want to change the channel? And I realized that the secret lies in something very simple: breathing. Yes, human breath. Not the kind you feel on your neck during rush hour on the subway—that’s just annoying. I’m talking about the breath you hear in music.

    Take an orchestra, for example. When you listen to a symphony, you’re not just hearing violins, flutes, or timpani. No, you’re also hearing the violinist inhaling before they play, the pianist shifting on their bench, or maybe the conductor huffing because the trombone came in late. It’s in those little noises that you feel real life, the human presence. That, my friends, is the soul of music.

    And do you know where this magic happens? In the eight inches between the musician and the microphone. Eight inches! That’s the difference between a sound that’s alive and one that feels like it came out of a 3D printer. In those eight inches, there’s breath, sweat, calluses on fingers. There’s life.

    That’s why I love acoustic instruments. It’s not snobbery, I promise. It’s because when you hear a cello play, you can almost see the person behind it. But when you listen to a synthesizer… I mean, who’s behind it? A programmer? An algorithm? It’s like trying to find romance in an automated WhatsApp message: “Hi! You’re still my number one contact!” No, thanks.

    Don’t get me wrong—I use virtual instruments too. They’re convenient, practical, and let you create an entire orchestra without having to pay 80 people (who would also want a lunch break, those ingrates). But the thing is, digital instruments, no matter how perfect, don’t breathe. They don’t make mistakes. And you know what makes a musician human? Mistakes! That note that wasn’t quite perfect but feels real, alive.

    The problem with digital music is that it’s too perfect. And perfection, let’s be honest, is a bit boring. Would you ever date someone perfect? Someone who doesn’t sweat, never makes bad jokes, never leaves socks lying around? No, because after two weeks, you’d be like, “This isn’t a person; it’s a machine!”

    Music is the same for me. I want to hear the human breath, those eight inches between the mouth and the microphone. Because in that space is everything: life, soul, heart.

    It’s the same with animated films. I love 2D, hand-drawn animations. Why? Because you can see the artist’s hand. You can see the pencil strokes, the traces of a human gesture, the tiny imperfections. When you watch a 2D film, it’s like seeing the person who made every single drawing, frame by frame.

    But when you watch a computer-generated film… yes, okay, they’re spectacular! But everything is too perfect. There’s no hand. There’s no gesture. It’s like a dish cooked by a robot: it fills you up, but it doesn’t warm your heart. Hand-drawn animation has life; it’s the artist saying to you, “Hey, look what I made for you.”

    So yes, technology, AI, virtual instruments… welcome, but stay in your place. Because at the end of the day, real music is made by people, not bits. It’s made of that breath that makes you think, “There’s someone, somewhere, playing for me.” And that, my friends, is the most beautiful sound in the world.

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    La vita…in 20 CM

    Sapete, io scrivo musica per film. È un bel lavoro, sì, ma anche un po’ una trappola. Perché, quando componi musica per immagini, sei sempre lì a cercare di far piangere qualcuno, o di farlo sentire potente, o romantico… insomma, sei una specie di manipolatore emotivo professionista. Solo che lo fai con le note invece che con le bugie, che almeno è più elegante.

    Ma ultimamente mi sono chiesto: perché alcune musiche mi toccano così tanto, mentre altre mi fanno venire voglia di cambiare canale? E ho capito che il segreto è tutto in una cosa molto semplice: il respiro. Esatto, il respiro umano. Non quello che senti sul collo quando sei in metro nell’ora di punta, quello è fastidioso. Parlo di quello che senti nella musica.

    Prendete un’orchestra. Quando ascolti una sinfonia, non senti solo i violini, i flauti, i timpani. No, senti anche il violinista che inspira prima di suonare, il pianista che si muove sul seggiolino, o magari il direttore d’orchestra che sbuffa perché il trombone è entrato in ritardo. È in quei piccoli rumori che senti la vita vera, la presenza umana. Quella roba lì, ragazzi, è l’anima della musica.

    E sapete dov’è che succede questa magia? Nei venti centimetri tra il musicista e il microfono. Venti centimetri! È la distanza che fa la differenza tra un suono vivo e un suono che sembra uscito da una stampante 3D. In quei venti centimetri ci sono il respiro, il sudore, i calli sulle dita. C’è la vita.

    Ecco perché io amo gli strumenti acustici. Non è snobismo, lo giuro. È che quando senti un violoncello suonare, puoi quasi vedere la persona dietro. Ma quando ascolti un sintetizzatore… cioè, chi c’è dietro? Un programmatore? Un algoritmo? È come cercare il romanticismo in un messaggio automatico di WhatsApp: “Ciao! Sei ancora al primo posto nei miei contatti preferiti!” No, grazie.

    E non fraintendetemi: uso anche io strumenti virtuali, eh. Sono comodi, pratici, e ti permettono di fare un’orchestra intera senza dover pagare 80 persone (che poi vorrebbero anche la pausa pranzo, questi ingrati). Ma il punto è che gli strumenti digitali, per quanto perfetti, non respirano. Non sbagliano. E sapete cosa rende un musicista umano? Gli sbagli! Quella nota che non era proprio precisa, ma che ha qualcosa di vero, di vivo.

    Il problema con la musica digitale è che è troppo perfetta. E la perfezione, diciamocelo, è un po’ noiosa. Voi vi fidanzereste mai con qualcuno perfetto? Uno che non suda, non fa battute sbagliate, non lascia i calzini in giro? No, perché dopo due settimane direste: “Ma questa è una macchina, non una persona!”

    Ecco, per me la musica è uguale. Voglio sentire il fiato dell’essere umano, quei venti centimetri tra la bocca e il microfono. Perché lì c’è tutto: la vita, l’anima, il cuore.

    Che poi è la stessa cosa per il cinema d’animazione. Io adoro i film animati in 2D, disegnati a mano. Perché? Perché lì vedi la mano dell’artista. Vedi il tratto della matita, i segni del gesto umano, le piccole imperfezioni. Quando guardi un film in 2D, è come se stessi vedendo la persona che ha fatto ogni singolo disegno, fotogramma dopo fotogramma.

    Ma quando guardi un film in computer graphic… sì, ok, sono spettacolari, eh! Però è tutto troppo perfetto. Non c’è la mano. Non c’è il gesto. È come un piatto cucinato con un robot: ti sazia, ma non ti scalda il cuore. Nei disegni a mano c’è vita, c’è l’artista che ti dice: “Ehi, guarda cosa ho fatto per te.”

    Quindi sì, tecnologia, AI, strumenti virtuali… benvenuti, ma state al vostro posto. Perché alla fine, la musica vera è fatta di persone, non di bit. È fatta di quel respiro che ti fa pensare: “C’è qualcuno, da qualche parte, che sta suonando per me.” E quello, amici miei, è il suono più bello del mondo.

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    Spotify…il male…

    Ah, Spotify. Il nome suona innocuo, no? “Spotify”. Sembra un posto dove vai a fare yoga o a trovare illuminazione spirituale. E invece no! È il male. È Satana in streaming ad alta (!?) qualità. Ma perché ce l’ho con Spotify? Perché è la fine della musica. È come il McDonald’s della musica: tutto è accessibile, ma niente ha un vero sapore.

    Quando ero giovane… sì, lo so, tutti iniziano con “quando ero giovane”, ma lasciatemi spiegare! Quando ero giovane, comprare un disco era un rito sacro. Si andava al negozio, si passavano ore a sfogliare le copertine, si annusava quell’odore di vinile e polvere – un odore che ti diceva: “Questa è arte, non un algoritmo”. Poi portavi il disco a casa con la stessa cura con cui trasporteresti un cuore per un trapianto. Lo mettevi sul giradischi, abbassavi la puntina, e… magia!

    Adesso? Adesso la gente scopre la musica premendo un pulsante mentre ordina un cappuccino al bar. Voglio dire, come fai a capire Leonard Cohen mentre sorseggi un latte macchiato con latte di avena? Non è musica, è rumore di sottofondo per le tue crisi esistenziali annacquate.

    E poi gli algoritmi. Gli algoritmi! Avete idea di quanto siano subdoli? Ti dicono cosa ascoltare. “Se ti piace Bob Dylan, potresti apprezzare questo tizio che suona l’ukulele in una cantina in Norvegia”. Ma chi sei tu, Spotify, per dirmi cosa ascoltare? È come se un robot venisse da me e dicesse: “So tutto di te”. No, non sai niente! Non sai che mi piace ascoltare la Carmen mentre mangio cornflakes alle tre di notte.

    E poi il male assoluto: le playlist. Ah, le playlist! “Relax”, “Study”, “Workout”. Ma la musica non è un deodorante con profumi diversi per ogni momento della giornata! È una forma d’arte, non un menù da fast food. Voglio ascoltare Beethoven durante un attacco di panico, non una playlist chiamata “Calm Vibes”.

    E non parliamo dei musicisti. Sapete quanto guadagnano per ogni stream su Spotify? Un centesimo. Un centesimo! Quando ho sentito questa cifra ho pensato: “Ok, è uno scherzo”. Ma no, è vero. Beethoven guadagnerebbe più suonando il piano in un bar per ubriaconi che su Spotify. E poi si lamentano che la musica classica sta morendo. Certo che sta morendo! Non si può competere con il remix techno di un gatto che miagola.

    Spotify ha preso la musica – che è passione, fatica, lacrime, sudore – e l’ha trasformata in un buffet all-you-can-eat di mediocrità. E noi? Noi ne siamo complici. Perché è comodo. È tutto lì, subito, senza fatica. Ma sapete cosa succede quando tutto è facile? Diventiamo pigri. E quando diventiamo pigri, smettiamo di cercare la bellezza.

    E se non bastasse questo, ecco l’ultima genialata: le canzoni finte. Sì, avete capito bene: false. Tracce create appositamente per riempire le playlist, senza un artista vero dietro. No, non sto scherzando. Hanno trovato un modo per monetizzare anche il nulla. È come venderti l’aria in scatola, ma con un po’ di riverbero e un titolo come “Ocean Serenity.”

    Creano brani composti da qualche accordo generico – una melodia che potrebbe essere stata suonata da un tizio con la chitarra in un autogrill alle tre di notte – e la mettono in una playlist chiamata “Focus Time” o “Cozy Winter Vibes.” E la gente la ascolta, inconsapevole del fatto che non è nemmeno musica vera. È musica sintetica. È come mangiare un hamburger vegetale e pensare che sia filetto di manzo argentino.

    E poi gli “artisti” dietro queste tracce… ma quali artisti? Non esistono! Sono pseudonimi inventati da Spotify o da aziende terze per risparmiare sui diritti d’autore. È un’economia del vuoto, una truffa in loop infinito. Hanno preso l’idea del “musicista” e l’hanno ridotta a un avatar generato al computer. Nessuno soffre per scrivere queste canzoni. Nessuno si strugge. Nessuno vive il dramma interiore che produce un capolavoro. È tutto un copia e incolla emotivo.

    La parte migliore – se possiamo chiamarla così – è che tutto questo serve per ingannare noi. Perché più Spotify riempie le playlist di musica fasulla, meno paga gli artisti veri. È un sistema progettato per spremere il massimo profitto da ogni nota. Hanno letteralmente industrializzato l’assenza di ispirazione.

    E voi direte: “Ma chi se ne accorge?” Certo, nessuno se ne accorge! Perché queste tracce non devono essere memorabili, devono solo stare lì, sullo sfondo, come la musica d’ascensore in un centro commerciale deserto. Il loro unico scopo è mantenere attivo lo streaming, come un’auto lasciata accesa al semaforo.

    Quindi ora non solo Spotify è il McDonald’s della musica, è anche una specie di Truman Show per le nostre orecchie. Ci fa vivere in un mondo dove crediamo di ascoltare arte, ma in realtà ascoltiamo solo un algoritmo che ci sussurra dolcemente: “Non pensare, non cercare, continua a fare play.”

    Sapete cosa mi preoccupa davvero? Che un giorno ci abitueremo a tutto questo. Che non saremo più capaci di distinguere una canzone vera da una finta. E a quel punto, la musica come la conosciamo – quella vera, quella che ti strappa il cuore e te lo rimette al contrario – sarà morta davvero.

    E io? Io continuo a usarlo. Certo, è comodo. Ma lo odio. Lo odio con la stessa passione con cui amo… Oh guarda, la mia playlist “Woody’s Neurotic Jazz Favorites” è finita. Devo trovare qualcos’altro.

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    L’internazionalizzazione dei compositori italiani: sfide e opportunità nel panorama cinematografico globale

    Introduzione

    L’Italia vanta una lunga e prestigiosa tradizione nella musica per il cinema, con figure iconiche come Ennio Morricone e Nino Rota che hanno lasciato un segno indelebile nella storia del cinema internazionale. Tuttavia, l’attuale panorama evidenzia una presenza limitata di compositori italiani nei principali premi e produzioni cinematografiche internazionali. Perché, nonostante il talento e l’eredità culturale, i compositori italiani sembrano faticare a guadagnarsi una posizione di rilievo all’estero? Questo articolo esplora le ragioni di questa dinamica, esaminando i fattori culturali, economici e strutturali che la influenzano, e propone strategie per migliorare l’internazionalizzazione della musica per il cinema made in Italy.

    La tradizione italiana e le sfide attuali

    L’Italia ha una storia di eccellenza nella musica per film, con Oscar vinti da artisti del calibro di Nicola Piovani (“La vita è bella”) ed Ennio Morricone (“The Hateful Eight”). Tuttavia, questi successi sembrano essere l’eccezione piuttosto che la regola. Una delle prime difficoltà riguarda il rapporto dei compositori italiani con gli Academy Awards. I compositori italiani che raggiungono questi riconoscimenti lo fanno spesso attraverso due vie principali:

    1. Collaborazioni con film italiani nominati come Miglior Film Internazionale: Nicola Piovani ne è un esempio, avendo vinto grazie al successo globale de “La vita è bella”.
    2. Partecipazione a produzioni internazionali: Qui emergono nomi come Nino Rota e lo stesso Morricone, la cui fama è stata consolidata grazie a collaborazioni con registi stranieri come Francis Ford Coppola e Quentin Tarantino.

    Tuttavia, queste opportunità rimangono limitate. Esistono barriere culturali, burocratiche e di mercato che rendono difficile per i compositori italiani inserirsi nel panorama globale. Ad esempio, la tardiva distribuzione dei film italiani negli Stati Uniti spesso impedisce alle colonne sonore di essere eleggibili per i premi.

    Le barriere all’internazionalizzazione

    1. Approccio autoreferenziale e mercato interno

    Un elemento cruciale è l’orientamento dei compositori italiani verso il mercato nazionale. Molti di loro si concentrano esclusivamente su produzioni italiane, evitando di espandere il proprio raggio d’azione. Questa tendenza può essere attribuita a:

    • Una maggiore familiarità con il contesto locale.
    • Una percepita difficoltà nel confrontarsi con mercati internazionali più competitivi.
    2. Struttura delle coproduzioni europee

    Nel mercato europeo, le coproduzioni sono spesso regolate da contratti che privilegiano l’uso di maestranze locali, inclusi i compositori. Ad esempio, in una coproduzione italo-francese, è comune che il compositore venga selezionato dal partner francese. Spesso, nelle coproduzioni in cui è coinvolta l’Italia, il compositore appartiene a una delle nazioni coproduttrici e non è italiano. Questo approccio limita ulteriormente l’accesso dei compositori italiani a produzioni europee di ampia portata.

    3. Sostegno istituzionale insufficiente

    Nonostante la musica sia considerata uno degli elementi co-autoriali di un film, il supporto istituzionale per promuovere i compositori italiani all’estero appare inadeguato. Paesi come la Francia e la Germania investono significativamente nella promozione internazionale dei loro talenti artistici attraverso fondi pubblici e iniziative governative mirate.

    4. L’industria americana e il libero mercato

    Il mercato cinematografico americano, basato sul libero mercato, offre maggiori opportunità ai compositori italiani, ma richiede anche una forte capacità di networking e una presenza consolidata. Nonostante ciò, alcuni compositori riescono a inserirsi grazie al legame diretto con registi che apprezzano il loro lavoro.

    Un confronto tra Europa e Stati Uniti

    Il confronto tra il mercato europeo e quello americano evidenzia differenze sostanziali:

    • Europa: Predominio di coproduzioni, investimenti pubblici e libertà artistica, ma meno risorse economiche.
    • Stati Uniti: Sistema industriale orientato al profitto, con grandi investimenti privati e opportunità più diversificate per i compositori che riescono a entrare nel sistema.

    Proposte per migliorare la situazione

    Per favorire una maggiore internazionalizzazione dei compositori italiani, è necessario adottare un approccio strategico e coordinato:

    1. Promozione istituzionale Il Ministero della Cultura (MiC) e la Società Italiana degli Autori ed Editori (SIAE) dovrebbero sviluppare iniziative mirate per promuovere i compositori italiani all’estero, organizzando workshop, partecipazioni a festival internazionali e programmi di mentorship con professionisti del settore.
    2. Sviluppo delle competenze I compositori italiani devono investire nella propria formazione, migliorando le competenze linguistiche, il marketing personale e la capacità di lavorare in contesti internazionali. Collaborazioni con registi emergenti stranieri possono rappresentare un primo passo importante.
    3. Superamento delle barriere delle coproduzioni Sarebbe utile rivedere le regole delle coproduzioni europee per garantire una maggiore equità nella selezione dei compositori, favorendo la mobilità dei talenti tra i vari paesi.
    4. Sfruttare le opportunità offerte dalla rete Internet ha ridotto le distanze geografiche e offre la possibilità di collaborare a progetti internazionali anche da località remote. I compositori italiani dovrebbero sfruttare piattaforme online per promuovere il proprio lavoro e creare connessioni con registi e produttori stranieri.
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    Concerto con i Poveri 2024

    Il Concerto con i Poveri 2024, giunto alla sua quinta edizione, si è confermato ancora una volta come un evento unico nel panorama musicale e culturale, capace di unire arte e solidarietà, bellezza musicale e attenzione agli ultimi. Ospitato il 7 dicembre nella suggestiva Aula Paolo VI in Vaticano, ha regalato una serata straordinaria a un pubblico di oltre 8.000 persone, di cui 3.000 provenienti da contesti di marginalità.

    È stato per me un grande piacere partecipare a questo evento straordinario, non solo come spettatore ma anche come parte attiva di un momento speciale. Ho avuto infatti l’onore di consegnare la membership onoraria dell’ACMF (Associazione Compositori Musica per Film) a Monsignor Marco Frisina, figura centrale della musica sacra contemporanea, proprio in occasione del concerto.

    Ritrovare Hans Zimmer, al quale avevo già consegnato lo stesso riconoscimento nel 2018, è stato altrettanto emozionante. Due artisti incredibili, diversi nei loro stili ma accomunati dalla capacità di toccare il cuore attraverso la musica.

    La serata è stata suddivisa in due parti, ciascuna dedicata a uno dei due maestri. La prima parte, curata e diretta da Mons. Marco Frisina, è stata una vera e propria catechesi musicale. Attraverso brani come Come le stelle del cielo (Abramo), Shemà – Zipporah (Mosè) e Giuseppe incontra i suoi fratelli (Giuseppe), Frisina ha saputo intrecciare temi spirituali e valori universali come fede, speranza e perdono.

    La performance è stata arricchita dalle esibizioni di solisti straordinari, tra cui la pianista Gilda Buttà e la violoncellista Tina Guo, e accompagnata dal Coro della Diocesi di Roma e dalla Nova Opera Orchestra. Ogni brano è stato introdotto da riflessioni che hanno reso la musica uno strumento potente di evangelizzazione e condivisione spirituale. Frisina si conferma un ponte tra la tradizione italiana della musica sacra e per il cinema e i nuovi orizzonti artistici, erede di grandi maestri come Ennio Morricone e Nicola Piovani, anch’essi soci onorari ACMF.

    La seconda parte del concerto è stata dedicata al maestro Hans Zimmer e ha visto la direzione del giovane compositore Dario Vero, che ha presentato anche due delle sue composizioni (Forest Spirit e Revelation). Zimmer ha emozionato il pubblico con alcuni dei suoi capolavori più celebri: la Suite di Pearl Harbor, la Suite da Angeli e Demoni, Time (Inception) e la travolgente Suite di Pirati dei Caraibi. Alternandosi tra pianoforte e sintetizzatore, Zimmer ha dimostrato ancora una volta la sua maestria nel creare paesaggi sonori unici, capaci di trasformare l’Aula Paolo VI in un universo sonoro di rara intensità emotiva.

    La serata si è conclusa con una standing ovation durante l’esecuzione finale della Suite di Pirati dei Caraibi, che ha lasciato il pubblico estasiato e grato per le emozioni vissute.

    Il Concerto con i Poveri 2024 è stato molto più di un’esibizione musicale: è stato un vero atto di amore e condivisione. La distribuzione di pasti agli ospiti d’onore ha aggiunto un ulteriore tocco di solidarietà a un evento che dimostra come la bellezza possa essere un potente veicolo di speranza.

    Un plauso va agli organizzatori, Riccardo Rossi e Gualtiero Ventura, e alla Nova Opera, che hanno saputo creare un perfetto equilibrio tra tradizione italiana e innovazione internazionale, spiritualità e contemporaneità.

    È stato un privilegio essere testimone di una serata così straordinaria, dove la musica ha parlato a tutti, senza distinzioni, in un linguaggio universale di bellezza, compassione e solidarietà.

    Foto credits: Enrico Pombi – Nova Opera Srl

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    Reportage: Cinema in Concerto al Teatro Olimpico di Roma

    Lo scorso 26 ottobre 2024, il Teatro Olimpico di Roma ha ospitato un evento unico: Cinema in Concerto, organizzato dall’ACMF (Associazione Compositori Musica per Film) in collaborazione con la Festa del Cinema di Roma. La serata ha celebrato la ricchezza della musica per il cinema, unendo passato e presente attraverso l’esecuzione di brani che hanno segnato la storia del grande schermo.

    Come compositore, è stato un onore poter contribuire a questa serata speciale con due brani a me particolarmente cari. Il primo è stato l’esecuzione della suite tratta dalla colonna sonora di My Love Affair With Marriage, un lavoro che mi ha permesso di esplorare sonorità orchestrali ricche di sfumature per sostenere il viaggio emotivo della protagonista del film. Sentire la Roma Film Orchestra, diretta magistralmente dal Maestro Alessandro Molinari, interpretare questa musica è stata un’esperienza emozionante e gratificante.

    Il secondo contributo è stato l’arrangiamento orchestrale del celebre tema di Profondo Rosso di Claudio Simonetti. Questo lavoro mi ha dato l’opportunità di reinterpretare un classico del progressive rock in chiave sinfonica, mantenendo il suo carattere iconico ma adattandolo al linguaggio orchestrale. È stata una sfida stimolante, che mi ha permesso di approfondire il dialogo tra generi musicali apparentemente distanti.

    La serata ha visto la partecipazione di numerosi colleghi compositori, ognuno dei quali ha presentato opere che testimoniano la vitalità e la diversità della musica per il cinema italiano. Tra i momenti più toccanti, l’omaggio al Maestro Ryūichi Sakamoto, recentemente scomparso, che ha ricordato a tutti noi quanto la musica possa essere universale e senza confini.

    Un ringraziamento speciale va all’ACMF per l’organizzazione di un evento che non solo celebra il nostro lavoro, ma lo porta al pubblico in una forma che ne esalta il valore artistico e culturale.

    Ecco l’intervista che io e il Maestro Stefano Mainetti abbiamo rilasciato per Cinecittà News.

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    15 Modi per Assicurarti di NON Avere Successo come Compositore

    Se desideri sabotare ogni possibilità di costruirti una carriera come compositore, ecco una guida infallibile. Seguendo questi 15 punti, potrai garantire che le opportunità ti sfuggano e che il tuo nome resti nell’ombra. Vediamo nel dettaglio come evitare che la tua musica arrivi a nuove produzioni e che il tuo talento sia riconosciuto.

    1. Evita il Networking

    Il networking è uno dei pilastri di qualsiasi carriera creativa, specialmente nella musica. Conoscere persone nel settore può aiutarti a trovare nuove opportunità, ispirarti e farti crescere. Per evitare tutto questo, mantieniti distante da eventi e contatti. Non partecipare a conferenze, non cercare di conoscere altri compositori o produttori e ignora ogni occasione di scambio di idee. Resta in disparte e limita le tue possibilità di essere notato.

    2. Non Comporre Regolarmente e Non Affinare le Tue Abilità

    I compositori di successo compongono costantemente, che sia per un progetto o solo per migliorare la propria tecnica. Per non avere successo, smetti di produrre nuova musica e di fare pratica. Non cercare di migliorare o di esplorare nuovi suoni e strumenti. Se non lavori sul tuo talento, gli altri ti supereranno rapidamente.

    3. Restringi le Tue Influenze

    Per essere un compositore interessante, è utile esplorare una vasta gamma di stili e influenze. Se vuoi evitare di creare qualcosa di originale, concentrati solo su pochi artisti o su un unico genere. Così facendo, limiterai la tua creatività e ridurrai al minimo le idee nuove e sorprendenti, rimanendo sempre prevedibile.

    4. Compra Tantissime Librerie e Non Padroneggiarne Nessuna

    Le librerie sonore sono strumenti potenti, ma devono essere conosciute in profondità per essere usate efficacemente. Se vuoi rimanere sempre approssimativo nel tuo lavoro, compra più librerie possibili ma non impararne mai una a fondo. Così ti ritroverai con un arsenale dispersivo e saprai sempre sfruttarne solo una minima parte.

    5. Rifiuta Lavori a Basso Budget solo per una Questione di Denaro

    All’inizio, molti compositori accettano progetti a budget ridotto per costruirsi una reputazione e fare esperienza. Se vuoi evitare ogni possibilità di crescita, rifiuta qualsiasi progetto che non ti offra il compenso ideale, anche se potrebbe darti visibilità o portarti contatti utili. Questa tattica è perfetta per non creare mai una rete e non accumulare crediti.

    6. Perdi Ore su Facebook Seguendo Account Non Collegati al Tuo Settore

    I social media possono essere una risorsa preziosa per scoprire novità e fare networking, ma solo se usati con criterio. Se preferisci rimanere improduttivo, segui centinaia di account senza alcun legame con il mondo della musica. Così, invece di dedicare tempo a migliorarti, finirai per perderti in post casuali e distrarti facilmente.

    7. Lascia che i Tuoi Hobby Prevalgano sui Tuoi Obiettivi di Carriera

    Avere interessi al di fuori della musica è importante per il benessere personale, ma se vuoi davvero sabotare la tua carriera, lascia che questi hobby abbiano la priorità. Dedica sempre più tempo alle attività secondarie e lascia che la tua passione per la composizione passi in secondo piano. In questo modo, ridurrai al minimo i tuoi progressi come musicista.

    8. Ignora i Gruppi di Supporto e le Comunità di Compositori

    I gruppi online per compositori offrono un’infinità di risorse: feedback, consigli e opportunità di apprendere da chi è già affermato nel settore. Tuttavia, se vuoi restare isolato e poco informato, ignora questi gruppi. Non prendere parte a discussioni, non chiedere mai consigli e non leggere le risposte dei professionisti. Così facendo, ti assicurerai di non sfruttare nessuna conoscenza gratuita.

    9. Copia i Tuoi Eroi Senza Cercare un Tuo Stile

    È normale ispirarsi ai grandi compositori, ma per distinguerti devi anche sviluppare una tua identità. Per restare nell’ombra, limita il tuo approccio a copiare pedissequamente i tuoi idoli, senza cercare di aggiungere nulla di personale. Questo ti impedirà di essere riconoscibile e farà sì che il tuo stile sembri una semplice imitazione.

    10. Ignora le Scadenze e Non Preoccuparti dei Dettagli

    Essere affidabili è fondamentale nel mondo della composizione. Se vuoi scoraggiare i potenziali clienti, non rispettare mai le scadenze e non preoccuparti troppo dei dettagli. Prenditela con calma e fai le cose solo quando ti va, trascurando l’importanza di essere puntuale e preciso. In breve tempo, diventerai inaffidabile agli occhi di chi ti potrebbe ingaggiare.

    11. Tagga e Lusinga i Compositori Più Noti

    Taggare incessantemente i compositori affermati e riempirli di complimenti e lodi non sinceri può farti apparire poco autentico e disperato. Molti professionisti trovano fastidiosi questi tentativi di ottenere attenzione, quindi è una tattica perfetta se vuoi alienarti e ottenere il contrario del rispetto.

    12. Sii un Venditore Aggressivo con i Colleghi

    Tratta i tuoi colleghi come potenziali clienti, cercando di impressionarli in ogni occasione e rinunciando alla tua autenticità. Parla costantemente dei tuoi successi e non cercare mai di essere te stesso. Questo atteggiamento artificiale e incentrato su te stesso sarà notato e respingerà chiunque apprezzi le relazioni genuine.

    13. Adotta un’Attitudine Elitaria e Sottolinea la Tua Superiorità Accademica

    Se hai un’educazione formale in musica, sottolinea costantemente la tua superiorità rispetto a chi non l’ha avuta. Cerca di far capire agli altri che il tuo background ti rende più meritevole. Questa attitudine ti aiuterà a isolarti e ad alienarti, allontanando chiunque desideri una collaborazione aperta e rispettosa.

    14. Reagisci d’Impulso e Litiga con Altri Compositori

    In un ambiente professionale, saper gestire le emozioni è fondamentale. Se vuoi davvero compromettere la tua immagine, reagisci impulsivamente a ogni commento che non ti piace. Litiga con altri compositori, critica aspramente le opinioni altrui e non tollerare nessun disaccordo. In questo modo, ti costruirai la reputazione di una persona difficile con cui collaborare.

    15. Plagia le Composizioni Altrui e Menti sui Tuoi Crediti

    Niente mina la tua credibilità quanto rubare il lavoro di altri. Usa le composizioni di qualcun altro per presentarti a nuovi progetti e cerca di costruirti una carriera basata su bugie. Mentire sui tuoi crediti, magari gonfiando la tua pagina IMDb, è una strategia sicura per far crollare ogni possibilità di fiducia da parte dei clienti.


    In sintesi, questi sono i 15 modi perfetti per evitare il successo e rimanere anonimi come compositore. Se, invece, hai aspirazioni e sogni di far crescere la tua carriera, usali come guida per sapere cosa NON fare.